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"Non ci rimborsano dell'assistenza sanitaria"

Ostaggio della Savina Caylyn: "Dimenticati da tutti"

"La nostra assicurazione non valeva oltre il Canale di Suez"

Ostaggio della Savina Caylyn: 'Dimenticati da tutti'
12/09/2012, 19:49

NAPOLI - Lasciati soli e dimenticati, in balia di ricordi che rendono impossibile riprendere a vivere come prima. Le testimonianze dei marittimi della Savina Caylyn, la nave sotto sequestro dei pirati somali per oltre dieci mesi, sono storie di depressione, dolore mentale e fisico. Sono messaggi lanciati alla compagnia armatrice, la Fratelli D'Amato, “che ci ha lasciati soli”, e di rabbia nei confronti di una situazione paradossale che li vede privati anche dell'assistenza sanitaria “perché non assicurati, in quanto i fatti sono accaduti al di là del Canale di Suez”. A far sentire la propria voce è Antonio Verrecchia, il sessantatreenne direttore di macchina di Gaeta, il marittimo che forse più degli altri ha subito angherie fisiche e ne porta ancora oggi i segni. “Tra tre giorni festeggio la mia rinascita - racconta a Marco Cavero dell’Adnkronos - perché il 15 settembre 2011 io ero un uomo morto. Sono stato legato due volte, la mattina e la sera, mi volevano buttare a mare e mi colpivano. Tutto questo perché non riuscivamo a bruciare il carico che trasportavamo, ma era impossibile perché era composto per un quarto da cera. Davano a me la colpa, mi hanno anche fatto parlare con mia moglie e con il direttore generale della D'Amato che hanno sentito la voce di un uomo in fin di vita”. Così come Gianmaria Cesaro, l'allievo di coperta di Piano di Sorrento, anche Verrecchia soffre di “disturbo post traumatico da stress cronico, verificatosi - si legge nel suo referto - a seguito di rapimento, prigionia prolungata, dichiarate minacce di morte, angherie fisiche intervenute durante lo svolgimento della sua attività lavorativa”. “Di notte non dormo - racconta - anche se vado a letto presto mi sveglio continuamente, sono ossessionato dai ricordi e da quello che abbiamo vissuto per oltre trecento giorni su quel ponte, seduti in un angolo e sempre con il fucile puntato. C’era sempre qualcosa che mi teneva all'erta e anche ora mi sveglio di soprassalto, come perseguitato da un pericolo imminente. Di giorno sono diventato iperattivo, cerco di stancarmi e di non pensare ma ogni volta che guardo le mie mani vedo i segni lasciati dalle corde che ci tenevano legati. Non posso continuare così, devo vivere la mia vita e pensare alla mia famiglia che ha sofferto come e più di me”. E, sottolinea, “mi fa una rabbia tremenda non sentirmi riconoscere questa situazione, che non deriva da una mia negligenza. Ero un lavoratore come altri e svolgevo il mio lavoro”. Ma da aprile l'indennità riconosciuta dall'Inail settore navigazione, pari al 75% della retribuzione corrisposta dal datore di lavoro, non arriva più: "Ci è arrivata una lettera a maggio nella quale si chiedeva al medico fiduciario una relazione sanitaria dettagliata per determinare se l'evento denunciato risulta essere assistibile ai sensi della legge 831 del 24 aprile 1938. Da allora più niente, nessuno risponde”. “Siamo stati lasciati soli dall'armatore, dall'assistenza sanitaria e da tutti - aggiunge - non sappiamo più a chi rivolgerci, nessuno si è interessato alla nostra vicenda. Se qualcuno non ha fatto il suo dovere pagando l'assicurazione, perché dobbiamo subirne noi le conseguenze?”.

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di Valerio Esca
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