Cronaca / Nera

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Il maxiblitz nella notte tra Napoli, Quarto e Pozzuoli

"Penelope": 86 ordinanze contro clan Longobardi-Beneduce


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'Penelope': 86 ordinanze contro clan Longobardi-Beneduce
24/06/2010, 19:06

NAPOLI – Ottantasei ordinanze di custodia cautelare, per associazione camorristica, tentato omicidio, estorsione, spaccio. E’ il bilancio dell’operazione Penelope, il maxiblitz messo a segno dai carabinieri del Comando Provinciale di Napoli, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia partenopea. I destinatari delle ordinanze sono ritenuti affiliati al sodalizio camorristico dei Beneduce-Longobardi, attivo nell’area di Pozzuoli. Grazie alle indagini, relative al periodo tra il 2004 ed il 2009, i carabinieri hanno potuto ricostruire, oltre agli affari illeciti del clan, anche i giochi di potere sullo scacchiere camorristico, comprese le alleanze che avevano portato negli ultimi tempi i Longobardi a schierarsi dalla parte dei Sarno isolando i Beneduce.

L’operazione, messa a segno nella notte tra Pozzuoli, Napoli e Quarto, è il completamento di quella risalente al 13 maggio 2003 e relativa alla maxiestorsione al mercato ittico, che fece finire in manette e successivamente condannare 40 affiliati fra i quali i capi Gennaro Longobardi e Salvatore Cerrone (processo nel quale sono state conseguite condanne passate poi in giudicato). 

Tra i soggetti destinatari del provvedimento, sono diversi i nomi che spiccano conseguentemente alla posizione ricoperta nell’organizzazione. Innanzitutto, va sottolineato che quella notificata oggi a Gaetano Beneduce è la prima ordinanza che lo vede in qualità di capo e di promotore della misura cautelare per il reato ex art. 416 bis del codice penale.
Tra gli arrestati, gli elementi di vertice sono: Ferdinando Aulitto (attivo nel settore delle estorsioni), Antonio Cerrone (fratello di Salvatore e titolare di imprese commerciali), Sergio Covone (gestore del ristorante Plinius e attivo nel settore degli stupefacenti), Ciro De Felice (fratello del collaboratore di giustizia e killer del clan), Umberto De Simone (cassiere dei Beneduce e uomo di fiducia del clan), Francesco Saverio Di Costanzo (storico capozona di via Napoli), Tommaso Donnarumma (titolare di una gioielleria a Monteruscello e già coinvolto nell’indagine sul favoreggiamento di Luongo), Raffaele Festante e Massimiliano Testa (capizona della piazza di spaccio del rione Toiano), Antonio Luongo (definito come pericoloso killer, prima braccio destro di Beneduce e successivamente di Pagliuca), Ferdinando Marcellino (imprenditore edile anche destinatario di subappalti della Giustino Costruzioni), Giacomo Russolillo (affiliato storico, con mansioni organizzative e di supporto dei capi), Giampaolo Villano (killer originario di Quarto), Giuseppe Trincone e Alessandro Iannone (già precedentemente arrestati nel corso del blitz al mercato ittico), Adriano Gaudino (nipote di Gennaro Longobardi), Rosario Beneduce e Massimiliano Beneduce (figli del capoclan Gaetano), Salvatore Pagliuca e la moglie Partorina Arcone e Salvatore Pagliuca (protagonisti dell’alleanza con il clan Sarno), Giancarlo Bucci (gestore di un ormeggio di imbarcazioni e rappresentante del Consorzio Nautico Flegreo, imputato per concorso in una estorsione nei confronti del concorrente Antimo Carnevale).

L’ascesa del clan Beneduce -Longobardi
Il clan Beneduce-Longobardi conquistò l’egemonia nell’area di Pozzuoli nel 1997, uscendo vittorioso dallo scontro col clan contrapposto dei Sebastiano-Bellofiore, dopo il duplice omicidio dei capi del clan rivale e di Gennaro Festante. Tra il 1997 ed il 2003 il clan ha goduto di un periodo di relativa tranquillità e, preso il posto dei rivali, ha rinsaldato la propria posizione nei settori sempre redditizi delle estorsioni e del narcotraffico. Prima della faida, la zona era il regno indiscusso di Rosario Ferro, Giovanni Di Costanzo e Sigfrido Giannuzzi, che a capo delle rispettive bande si spartivano gli affari illeciti; successivamente riuscì a prendere il predominio il duo composto da Domenico Sebastiano e da Raffaele Bellofiore.
Si collocano nell’ambito della guerra di successione tra i Sebastiano-Bellofiore ed i Longobardi-Beneduce il tentato omicidio di Antonio Mele (15 febbraio 1993), la gambizzazione di Nunziante Sannino (1 gennaio 1995), il tentato omicidio di Griuseppe Trincone (1 gennaio 1996), l’agguato ai danni di Eugenio Ventura (5 novembre 1998).

Gaetano Beneduce, uno dei due capi storici del sodalizio criminale, venne condannato nel 1994 a 3 anni e 6 mesi di reclusione, per una estorsione compiuta anni prima ai danni dei responsabili di un circolo nautico di Pozzuoli. Erano gli anni più caldi della lotta tra clan, e quella condanna era una delle poche macchie sulla fedina penale di Beneduce, che riuscì ad evitare l’arresto fino al 4 novembre 1999. Malgrado il suo curriculum criminale fosse all’epoca piuttosto scarno, i carabinieri lo avevano già individuato come la “mente” del clan che guidava insieme a Gennaro Longobardi, che nel sodalizio invece era il braccio armato.
Dopo l’arresto di Beneduce, gli affari illeciti del clan passarono completamente nelle mani di Longobardi, che rimase di fatto l’unico reggente della diarchia camorristica instaurata. Intanto, sullo stesso territorio, andavano espandendosi i “quartesi”, che col placet del gruppo camorristico egemone stavano acquisendo sempre più potere.

Equilibri precari
Lo scenario malavitoso resta pressoché inalterato fino all’ottobre 2002, quando Beneduce lascia il carcere. A quel punto gli equilibri potevano dirsi saltati, specie alla luce del ruolo ricoperto da Longobardi e dal salto di qualità fatto da Salvatore Cerrone.
Il 13 maggio 2003 la Dda, indagando sul mercato ittico di Pozzuoli, causa una inversione delle posizioni. Questa volta a finire dietro le sbarre è Gennaro Longobardi, arrestato insieme ad altri 35 affiliati. Ovvero, campo libero per Beneduce, che dopo otto anni, tra latitanza e carcerazione, si riaffacciava sullo scenario della malavita organizzata di Pozzuoli. Ricostituito un gruppo di fedelissimi del rione Toiano, Beneduce era pronto a riprendersi quello che aveva lasciato. E’ in quel periodo che nei dossier degli investigatori cominciano a comparire i nomi di Antonio Luongo e Massimiliano Testa, criminali comuni divenuti poi fedelissimi del boss.

La guerra coi ‘quartesi’
Il primo obiettivo da eliminare, per Beneduce, erano i “quartesi”. Malgrado il parere di Longobardi, non aveva mai approvato la loro crescita all’interno del clan. Il conflitto, prima composto di trame e strategie, sfociò in uno scontro sanguinoso che si protrasse dalla seconda metà del 2003 al luglio 2004, trovando il proprio apice nella prima metà del 2004. Il primo fatto di sangue risale al luglio 2003, quando fu assassinato Ottavio Garofalo, detto “Avio”, personaggio di grande spessore criminale dei ‘quartesi’. Successivamente, il 19 febbraio 2004, cadde sotto i colpi dei sicari Ciro Russo, conosciuto all’anagrafe di camorra come “Giretiello”. Nello stesso periodo, il 26 aprile 2004, venne ammazzato Ernesto Saporito, piccolo pregiudicato, colpevole di aver imposto il pizzo ad alcuni commercianti della zona. Le tre vittime erano considerate tutte “in quota” Longobardi, e l’omicidio di Russo segnò il passaggio di alcuni elementi di spicco della malavita locale dalla fazione dei Longobardi a quella di Beneduce; cambiarono sponda Umberto De Simone, Luciano Compagnone, Gennaro Testa e Francesco Saverio di Costanzo.

Beneduce torna al comando
Il passaggio di affiliati tra i due clan, testimoniano le indagini degli investigatori, non fu un caso sporadico. Avvenimenti analoghi si sono verificati ogni qualvolta una delle due fazioni sembrava prevalere sull’altra, col passaggio di elementi, anche di spicco, al fianco del boss che sembrava essere il “vincente”. Dal giugno 2003, dopo l’arresto di Gennaro Longobardi, Salvatore Cerrone e Nicola Palumbo, il boss Gaetano Beneduce si trova la strada spianata e inizia un’opera di isolamento dei ‘quartesi’, cominciata con l’omicidio di Ottavio Garofalo, cognato di Salvatore Cerrone. A quel punto gran parte degli affiliati, prima vicini ai Longobardi, si spostano ed entrano nelle fila di Longobardi; tra questi Umberto De Simone, che assume ruolo di coordinamento e comando.
L’8 luglio 2004 viene ucciso Giovanni Illiano, detto “Macchiulella”, affiliato di spicco dei Beneduce; le successive indagini, che si sono avvalse anche delle testimonianze di collaboratori di giustizia, hanno permesso di imputare quell’episodio a Giampaolo Villano, Roberto Di Raffaele e Giuseppe Chiaro. I fatti di sangue che si verificarono in quel periodo furono oggetto, nel 2004, dell’indagine dei carabinieri del Comando Provinciale di Napoli a seguito degli esiti delle intercettazioni effettuate nei confronti di Giuseppe Del Giudice, assicuratore, tra i destinatari delle ordinanze notificate nel blitz di questa notte. Gli accertamenti dei militari dimostrarono che Del Giudice si era reso responsabile di partecipazione ad associazione mafiosa. La stessa porzione di indagine ha permesso ai militari di ricostruire la rete di soggetti che, vicini alla fazione del clan Beneduce, si occupavano di controllare le attività illecite e di spartire i profitti sotto forma di stipendi per affiliati detenuti e liberi: il ruolo di cassiere del clan era svolto da Umberto De Simone.

Dal settembre 2004 al settembre 2005, con anche Gaetano Beneduce dietro le sbarre, torna un periodo di pace apparente tra le due fazioni.
Dal settembre 2005 e fino all’ottobre 2006, con Beneduce tornato libero, il clan si riposiziona ai suoi ordini ed emergono le figure di Antonio Luongo e Massimiliano Testa, fedelissimi del boss con ruolo di coordinamento degli affiliati.
Il 9 febbraio 2006, dopo una sostanziale tregua, l’omicidio di Michele De Liso rappresenta la riapertura delle ostilità. Il 2 novembre 2006 è la data del tentato omicidio dell’imprenditore Domenico Carandente, da cui scaturì una attività di indagine che, il 12 dicembre dello stesso anno, portò alla esecuzione di 12 fermi nei confronti di affiliati al gruppo dei “quartesi”, noti anche come “clan del bivio”, guidati direttamente da Salvatore Cerrone, che riusciva a inviare messaggi e direttive malgrado la detenzione in carcere.

L'entrata in scena del clan Sarno
Il 6 ottobre 2006 Beneduce si allontana da Pozzuoli, violando le prescrizioni e gli obblighi della sorveglianza speciale; il suo spostamento segna la ripresa delle rivalità interne tra le due fazioni.
Il 5 febbraio 2008 viene ucciso Gennaro Perillo, affiliato ai Longobardi-Beneduce, condannato con sentenza definitiva come capozona del rione Toiano nel processo sul mercato ittico. Il 26 giugno 2008 vengono uccisi Michele Iacuaniello e Gennaro Di Bonito, entrambi considerati vicini a Beneduce. Il 22 novembre 2008 viene ammazzato Vittorio Avallone, alias “’o cinese”, ad opera del collaboratore di giustizia Francesco De Felice insieme ad altre persone in quota al clan Sarno. L’entrata in scena dei Sarno si rende necessaria perché la situazione, grazie al lavoro delle forze dell’ordine, è diventata difficilmente gestibile: con Longobardi ancora detenuto, Beneduce irreperibile e con molti luogotenenti detenuti, l’unica possibilità di salvare il salvabile era coinvolgere un altro clan, con ambiziose mire espansionistiche, che potesse fornire uomini, appoggi e tutto il necessario per il controllo del territorio.
Con l’arresto di Antonio Luongo e Massimiliano Testa, il potere del gruppo della fazione dei Beneduce comincia a scemare, lasciando nuovamente spazio alla fazione capeggiata da Longobardi e Cerrone. In questo contesto i due boss, ansiosi di riprendere le redini del comando, riescono a stringere un’alleanza con il clan Sarno di Ponticelli. Longobardi si accorda in carcere con Luciano Sarno, mentre Salvatore Pagliuca si avvicina, sul territorio, a Vincenzo Sarno. Malgrado l’inedita alleanza, parte degli introiti provenienti dalle estorsioni resta appannaggio di Beneduce.
La storia dell’alleanza dei Longobardi con i Sarno è tutta nelle intercettazioni, e comincia con l’ambientale raccolta nel rimessaggio di mezzi e natanti “CI. MA. PR. Sas”, di Partorina Arcone, moglie di Salvatore Pagliuca. Dai loro dialoghi emergevano elementi sufficienti per dire con certezza che i Longobardi avevano stretto un patto con i Sarno di Ponticelli. L’accordo fu poi confermato nell’ambito delle indagini per l’estorsione al Centro Serapide e grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia De Felice.
Il rimessaggio “CI. MA. PR. Sas” era stato individuato da Antonio Luongo (già fedelissimo di Beneduce, poi passato ai Longobardi) e dai componenti della famiglia Pagliuca come luogo d’incontro tra affiliati del clan e con esponenti di gruppi alleati. Quelle intercettazioni si rivelarono fondamentali per ricostruire l’assetto e la composizione del gruppo Pagliuca, attivo nei settori delle estorsioni e dello spaccio di sostanze stupefacenti.
Successivamente Gennaro Longobardi fu raggiunto da una nuova ordinanza cautelare per 416 bis e, grazie alle dichiarazioni di De Felice, scattarono le manette ai polsi di Vincenzo Sarno e di altri affiliati al clan di Ponticelli.

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di Nico Falco
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