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Quando la controinformazione si lega all'informazione...


Quando la controinformazione si lega all'informazione...
10/02/2012, 16:02

Sarà che certi argomenti di attualità si prestano, ma ultimamente aumentano i casi di siti o gruppi su Facebook che fanno una "controinformazione" che finisce per legarsi strettamente all'informazione per creare disinformazione.
Vediamo di districarci con i termini. Per controinformazione intendo l'informazione trasmessa non sui canali ufficiali, di TV e giornali, ma attraverso i siti. L'esempio classico è l'11 settembre. Sono stati blog e siti a diffondere i dubbi sulla attendibilità della versione ufficiale e gradualmente a dimostrare che la stessa era falsa, e che le Twin Towers vennero demolite da artificieri dell'esercito americano. In Tv e sui giornali, se si esclude Report, su Raitre, che fece una puntata speciale in cui trasmise un documentario fatto da un miliardario americano, non è mai passato nulla del genere. Naturalmente la controinformazione non è oro colato. C'è da fare una attenta ed accurata selezione, di norma trovi una notizia buona ed affidabile ogni 20, se ti va bene.
L'informazione, appunto, è quella ufficiale, di Tv e dei grossi giornali. La disinformazione è l'informazione che racconta una cosa non vera.
Chiarito questo, veniamo al punto. Cioè alla controinformazione che sembra appoggiare l'informazione, anche se dice di essere contraria. Facciamo un esempio, che è quello che capita più frequentemente: quella di un giornalista, Paolo Barnard Rossi (anche se non usa il cognome, ma solo i due nomi). Faceva parte della redazione di Report poi venne allontanato (lui dice che venne cacciato perchè lui voleva fare servizi "fastidiosi" per il potere, ma la Gabanelli non gliel'ha mai permesso) e da allora non lavora in TV o sui giornali. Di recente anche lui ha trovato cause e soluzioni della crisi economica che stiamo vivendo.
La causa sarebbe il fatto che i Paesi stanno cercando di ridurre il proprio debito. Infatti, secondo lui, l'Italia per salvarsi dovrebbe semplicemente uscire dall'euro, tornare alla lira (o comunque una equivalente "moneta sovrana") e spendere liberamente per il welfare e l'occupazione. Perchè ecco il colpo di scena: si tratta di soldi che non possono considerarsi debito, in quanto rimangono nel circuito economico italiano. Naturalmente, perchè una moneta possa dirsi sovrana, c'è bisogno di tre condizioni: 1) che non sia emessa da una Banca Centrale privata (quindi la BCE o Bankitalia di oggi non vanno bene, in quanto sono private); 2) che non sia vincolata ad altre monete (per esempio lo yuan cinese non andrebbe bene perchè è vincolato da un rapporto di cambio semifisso con il dollaro americano); 3) che sia emessa da una Banca Centrale legata al governo di uno Stato.
L'esempio che viene fatto è quello del Giappone, che ha un debito pubblico pari ad oltre il 220% del Pil, cioè quasi il doppio di quello italiano. Eppure a differenza degli altri Paesi non ha nessun problema sui mercati, con i titoli di Stato. E quindi, conclude Barnard, bisogna fare così.
Ora, l'esempio giapponese è quanto di più sbagliato si possa prendere, a meno che non si conosce il sistema economico giapponese. Infatti sul mercato i titoli di Stato in Yen praticamente non ci sono: la Bank of Japan li cede direttamente alle banche, le quali sono legate a filo doppio (ma anche triplo, quadruplo, quintuplòo e così via) alle industrie, per cui a garanzia di quei titoli e della moneta non ci sono solo le casseforti delle banche, ma l'intera potenza industriale del Giappone. Ecco spiegato perchè può permettersi un debito pubblico così alto. Ma non è così negli altri Paesi.
C'è qualche moneta sovrana da poter prendere come esempio per soddisfare Barnard? Ce ne sono, ma dimostrano solo che il giornalista prende un abbaglio. Per esempio, possiamo prendere la lira negli anni '80, quando soddisfaceva le condizioni poste da Barnard per essere una moneta sovrana. E proprio in quegli anni - dal 1983 in poi - abbiamo avuto l'applicazione della teoria di Barnard: il governo Craxi cominciò a spendere e a spandere denaro pubblico in applati dati a destra e a manca. E qual è stato il risultato? Il debito pubblico, contrariamente a quanto racconta Barnard, è schizzato a razzo verso l'alto, passando tra il 1983 e il 1987 dal 73 al 96% del Pil, mentre tra il 1983 e il 1992 è addirittura raddoppiato. Insomma, è stato proprio il libero spendere dei governi italiani che ci ha portato alla crisi attuale.
Non va bene la lira, visto che parliamo di 30 anni fa? Benissimo, allora prendiamo il dollaro. Nel 2000 Bill Clinton lasciò a George Bush un debito pari a circa il 35% del Pil. Negli 8 anni successivi sono stati spesi soldi a palate per sostenere lo sforzo bellico legato all'invasione di Iraq ed Afghanistan. SI tratta di soldi che sono state riversate all'interno, perchè l'esercito Usa, per legge, può rifornirsi solo da fabbriche che sono su territorio americano. Per fare un esempio, quando la Beretta vinse la gara per la forniture di pistole ai soldati, dovette costruire su suolo americano una fabbrica che produce delle pistole chiamate non F-92 (denominazione ufficiale), ma con una diversa sigla. Nonostante questo il debito pubblico nel 2008, quando è subentrato Obama, era salito ad oltre il 65% del Pil. Il colpo finale è arrivato con la crisi: il nuovo presidenmte ha speso oltre 4000 miliardi di dollari per salvarle e per salvare altre attività economiche (la Chrysler, per esempio, oppure il colosso assicurativo AIG) e il debito pubblico federale Usa (cioè quello dello Stato centrale, senza contare quello dei singoli Stati) è volato oltre i 15 mila miliardi di dollari, cioè oltre il 100% del Pil. Eppure il dollaro è una moneta sovrana, e la spesa è stata fatta, almeno tra il 2001 e il 2008, integralmente sul territorio americano.
In realtà, le cose non funzionano così. Tra il 1945 e il 2000, gli Usa hanno scatenato molte guerre locali per giustificare forti spese pubbliche (anche se i soldi andavano sempre alle stesse fabbriche, quelle legate alla guerra e al petrolio) che servivano per dare ossigeno all'economia nazionale. E questo avveniva sia perchè molti giovani disoccupati vedevano l'esercito come mezzo per avere un posto fisso e, a certe condizioni, anche un titolo di studio gratuito; sia perchè le fabbriche militari avevano bisogno di aumentare la produzione e quindi assumevano nuovo personale. Le invasioni di Iraq ed Afghaniostan non hanno prodotto questo risultato: gli arruolamenti sono stati pochissimi e il fatto di condurre una guerra a bassa intensità (in Afghanistan non c'era un esercito; e quello iracheno era già stato distrutto con la Guerra del Golfo, negli anni '90) non ha reso conveniente, per le fabbriche militari aumentare la produzione. E così niente ossigeno per l'economia n azionale. In particolare, resta basso il potere di acquisto di gran parte della popolazione; ed è questa la vera causa della crisi.
Tuttavia, a questo punto resta una domanda: perchè questa teoria così sbagliata (che Barnard chiama Modern Monetary Theory o MMT)?Ovviamente, bisognerebbe essere nella testa del giornalista per saperlo. Quello che è certo è che tre cose rimangono impresse: 1) la necessità di uscire dall'euro, 2) la necessità di aumentare la spesa pubblica indiscriminatamente per risolvere la crisi; 3) l'individuazione del nemico nella BCE e nel rigore che viene imposto sui conti pubblici. E' solo un caso che siano e-sat-ta-men-te i tre punti proposti dal governo Berlusconi per uscire dalla crisi prima che quest'ultimo si dimettesse? E' solo un caso che si elogia, indirettamente, l'attività di Craxi nello sperpero dei soldi pubblici? Sarebbe interessante saperlo.
Naturalmente questo non è l'unico caso. Ce ne sono tanti, di questo genere, che partono da presupposti a volte persino condivisibili ma che poi arrivano a conclusioni stranamente simili a quelli dell'informazione ufficiale, ma lontani dalla realtà. Perchè uscire dall'euro significherebbe la fine dell'Italia. A parte gli enormi costi necessari alla creazione di una moneta nazionale, ci troveremmo con una moneta che a livello internazionale non vale nulla. E questo significherebbe che comprare all'estero ci costerebbe tantissimo. A sua volta questa debolezza della nostra moneta ci porterebbe a quella che viene definita "inflazione importata", cioè una inflazione causata dall'aumento dei beni comprati all'estero, a cominciare dai carburanti e dal gas per scaldarci. Inflazione che crescerebbe sempre più, impoverendo sempre più il ceto medio che comprerebbe sempre meno e così via: una spirale negativa che ci porterebbe nella situazione della Grecia o peggio.

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di Antonio Rispoli
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