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Il marocchino non ha capito subito gravità della situazione

Ragazza investita in bici, da chiarire alcuni punti della confessione


Ragazza investita in bici, da chiarire alcuni punti della confessione
17/07/2013, 20:06

La versione di El Habib Gabardi, il marocchino di 39 anni che la notte scorsa ha confessato di aver investito ed ucciso la giovane Beatrice Papetti, mentre girava in bicicletta, ha ancora diversi punti poco chiari.  
Il capitano dei carabinieri di Cassano D'Adda, Camillo Di Bernardo, responsabile delle operazioni sull'incidente mortale del 10 luglio scorso riferisce che l’uomo ha dichiarato di non aver subito capito la gravità dell’incidente. Il marocchino avrebbe detto di aver capito di aver investito un essere umano solo il giorno dopo l'incidente, leggendo della morte di Beatrice sui giornali: a questo punto ha nascosto la sua Peugeot Ranch in un parcheggio a pagamento di via Frisia, a Milano, ma poi ieri sera – verso le 23 circa – si è presentato al comando dei carabinieri insieme al suo avvocato. Tuttavia, i danni riportati dall'autovettura appaiono evidenti anche a un'occhiata superficiale: le fotografie scattate dai carabinieri mostrano una Peugeot Ranch priva dello specchietto destro, con vaste ammaccature sul paraurti anteriore destro e soprattutto sul parabrezza, che oltre a essere compatibili con i frammenti trovati sul luogo dell'incidente evidenziano la gravità dell'impatto anche a un occhio poco esperto. Gabardi, inoltre, racconta di non essersi presentato al comando prima e di esser fuggito evitare controlli sul veicolo, che non era stato sottoposto alla revisione periodica e di aver deciso di consegnarsi spinto dal rimorso per la morte della sedicenne. I carabinieri, però, avevano effettuato controlli su centinaia di veicoli, e con ogni probabilità il pirata della strada aveva intuito che le forze dell'ordine erano ormai a un passo dal l'identificazione.
El Habib Gabardi ora è formalmente accusato di omicidio colposo e omissione di soccorso e rischia una condanna a sette anni di reclusione. 

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di Erika Noschese
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