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Referendum elettorale: su cosa deciderà la Corte Costituzionale?


Referendum elettorale: su cosa deciderà la Corte Costituzionale?
06/01/2012, 17:01

Martedì prossimo la Corte Costituzionale, nella sua prima udienza del 2012, dovrà - come è tradizione - decidere la costituzionalità dei quesiti referendari per cui l'anno precedente sono state raccolte le firme. Quest'anno ci sono in ballo due referendum - redatti in maniera diversa, ma con lo stesso scopo - per trasformare la legge elettorale attuale (il cosiddetto Procellum) nella Mattarellum, cioè una legge elettorale, adottata nel 1994, nel 1996 e nel 2001, basata su un doppio sistema: il 75% dei seggi assegnati con il sistema uninominale maggioritario (è eletto chi nel proprio collegio riesce ad avere anche solo un voto in più degli avversari), mentre il restante 25% viene eletto col sistema proporzionale.
Ora, su cosa basa il suo esame la Corte Costituzionale? Non solo sul rispetto della costituzionalità dei quesiti, ma anche su alcuni principi introdotti nel tempo. Uno dei quali è il principio della "non-vacanza": la vittoria dei sì non deve determinare un vuoto legislativo. Nel caso specifico, una eventuale vittoria dei sì deve consentire di poter votare anche il giorno dopo, se fosse necessario. Ed è qui che si deciderà probabilmente la questione. Infatti, secondo gli oppositori al referendum, la cancellazione del Porcellum creerebbe proprio questo vuoto legislativo; i sostenitori dicono che invece il quesito è stato redatto proprio per passare direttamente dal Porcellum al Mattarellum direttamente.
Ed è su questo punto che ci dovrà esercitare la decisione giuridica. Al di fuori di ogni infingimento, è chiaro che i giudici della Corte Costituzionale sono perfettamente in grado di "nascondere" una decisione politica dietro argomentazioni giuridiche ineccepibili. Tuttavia, già di per sè la decisione giuridica non è semplice da prendere. Tanto che le voci parlano di una Consulta spaccata in tre parti uguali: favorevoli alla legge, contrari e indecisi. Ma ci sono anche voci - come ogni volta che la Consulta si riunisce per decidere sui referendum - di pressioni esterne sui giudici affinchè il referendum venga bocciato. Pressioni la cui origine non è misteriosa, per un referendum le cui firme sono state raccolte solo dall'Italia dei Valori in contrasto con tutti gli altri partiti (anche se il Pd ha cercato di mantenere un atteggiamento ostilmente neutrale).
E soprattutto fa paura ai partiti che la gente possa mobilitarsi autonomamente. E l'anno scorso se ne è avuta una dimostrazione, sia alle elezioni locali che ai referendum: completamente disattese le indicazioni dei partiti, sono stati eletti due outsider come Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli. E due settimane dopo, una mobilitazione partita a febbraio su Internet, ha portato alle urne oltre 27 milioni di cittadini, una quantità di persone che raramente si è vista ai referendum, senza ordini provenienti dall'alto, dalle gerarchie dei partiti. Per questo si moltiplicano le voci sulle pressioni che verrebbero effettuate sui giudici per impedire ai cittadini di esprimersi. Voci vere o false? E chi può saperlo? In assenza di prove concrete (tipo le intercettazioni fatte durante l'indagine sulla P3, che dimostrarono come l'entourage di Verdini, Dell'Utri e compagnia avevano sei giudici costituzionali su quindici pronti a votare come desiderava Berlusconi), bisogna partire dal presupposto che i giudici agiscano in buonafede e decidano secondo le loro conoscenze giuridiche. In passato, quando era il Partito Radicale di Marco Pannella a presentare i referendum, su Radio Radicale si sentiva spesso il politico gridare contro i giudici asserviti alla partitocrazia, che violavano la legge e così via. C'è da sperare che non si faccia lo stesso oggi, a meno che non se ne abbiano prove concrete.

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di Antonio Rispoli
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