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Resoconto del convegno “La fine del nucleare”


Resoconto del convegno “La fine del nucleare”
09/05/2011, 12:05

Roberto Germano, Ceo di Promete srl, spin-off del Cnr, introduce il convegno ricordando che non è vero che la tecnologia nucleare sia “economica”, dal momento che, man mano che diminuiscono le scorte di uranio presenti sulla Terra e quindi ne diventa più difficile l’estrazione, il costo ufficiale per Kw/h è salito fino a 4000 dollari nel 2007 (contro i 2000 dollari per Kw/h delle stime precedenti): il carbone, per esempio, ne costa 300. Inoltre Peter Garrison, dell’Università di Harward, in uno studio intitolato Removing memory, giunge alla conclusione che gli studi sul nucleare secretati (e quindi nascosti al pubblico) sono da 5 a 10 volte il numero delle pubblicazioni rese disponibili.
Il professor Angelo Baracca, professore di Fisica presso l’Università di Firenze e autore del libro Scram ovvero la fine del nucleare, rivela che la sicurezza di una centrale finora è stata valutata in termini di probabilità dei guasti dei singoli componenti, probabilità relativamente bassa di per sé, ma la tecnologia usata è molto complessa e quindi è, di fatto, incontrollabile.
Il prof. Baracca afferma che la tecnologia nucleare è un fallimento industriale, dal momento che sono stati realizzati solo 442 impianti (meno di un decimo di quelli previsti inizialmente), che la tecnologia utilizzata oggi di fatto è la stessa di quella utilizzata negli anni ’70, che dopo un rapidissimo sviluppo iniziale è subentrata una fase di stasi e che oggi prevale lo smantellamento alla costruzione poiché circa la metà delle centrali ha più di venti anni e un terzo più di trenta. Oggi il nucleare si regge ancora perché la maggior parte dei costi è esternalizzata e perché gli stati hanno concesso ai gestori delle centrali garanzie, incentivi, assicurazioni e limitazioni delle responsabilità in caso di incidenti. Il bilancio energetico della produzione di energia nucleare è disastroso:
l’efficacia di tutto il parco elettrico della Francia, che produce l’80% dell’energia tramite il nucleare, è peggiore in Europa solo rispetto a Malta. L’Italia, invece, ha la sovrapproduzione più alta d’Europa (fonte:
Terna), pari al doppio del suo fabbisogno, ma importa dalla Francia l’energia elettrica prodotta in eccesso che quest’ultima svende quando la domanda energetica è più bassa, come di notte.
La produzione di energia nucleare comporta l’emissione di radiazioni durante tutto il ciclo. Il laboratorio indipendente francese Criirad ha fatto una serie di rilevamenti in diverse località dell’emisfero boreale, constatando ovunque nei luoghi nei pressi delle centrali la presenza di trizio, elemento estremamente volatile e quindi di fatto impossibile da contenere. Anche l’estrazione nelle miniere di uranio, tutte a cielo aperto per prevenire l’accumulo di gas radon (pericoloso per la salute), provoca l’emissione continua di radioattività a bassa intensità, come è stato documentato da un’inchiesta andata in onda sul canale France3, mentre sono frequenti gli incidenti, come nel caso del Niger, disastrato dalla fuoriuscita di 200.000 litri d’acqua contaminata avvenuta in un recente incidente. Il laboratorio Criirad ha documentato anche le notevoli dosi di radiazioni emesse dai vagoni che trasportano l’uranio. Le scorie (ovvero il combustibile irraggiato), che ancora non si sa dove mettere – soprattutto dopo il fallimento del progetto del più grande deposito del mondo presso Yucca Mountain, negli Usa –, sono facilmente oggetto di traffici illegali: basta citare, come esempio, il caso delle “navi dei veleni” o le indagini della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi.
L’ultimo punto che il prof. Baracca ritiene necessario sottolineare è la strettissima dipendenza del nucleare per uso civile da quello per uso
militare: addirittura, in Francia non esiste una distinzione netta tra le amministrazioni dei due comparti.
Il dottor Ernesto Burgio, coordinatore del Comitato scientifico di “Isde – Medici per l’ambiente” e autore di un capitolo dedicato agli effetti sanitari della tecnologia nucleare nel libro Scram, illustra come la maggior parte degli studi sull’impatto delle emissioni sulla popolazione siano basati su un modello “linear no threshold” (cioè “lineare senza soglia”) elaborato dai fisici circa 70 anni fa e che, per ovvie ragioni, non tiene conto delle scoperte della cellula, del dna, dell’epigenoma. Quindi, sulla base di questo modello obsoleto, è facile per i ricercatori odierni negare l’aumento delle leucemie e dei linfomi nei pressi delle centrali nucleari in quanto contraddice il modello, che non prevede danni all’organismo nel caso di esposizione ad irraggiamenti con un valore inferiore alla soglia equivalente alla radiazione terrestre di fondo (circa 2 millisievert/anno).
Sulla base di questo modello sono stati ridimensionati molti incidenti nucleari, come l’incidente di Sellafield (1957), in seguito al quale è stata riscontrata la presenza di plutonio nei denti di latte dei bambini nati nella zona.
Uno studio clamoroso, non troppo recente, ha dimostrato che il danno che provoca le leucemie derivanti da esposizione a isotopi radioattivi non è dovuto alla rottura fisica del dna, ma è di natura reattiva e tende a trasmettersi da una generazione all’altra.
Il professor Guido Cosenza, del Dipartimento di Scienze fisiche dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, legge un articolo del «The New York Times» del 19 marzo 2011, che fa il resoconto di una ispezione a Chernobyl. L’attività di fissione nucleare danneggia i manufatti (le miniere, gli impianti di arricchimento dell’uranio, le piscine del combustibile combusto, gli impianti di riprocessamento del combustibile) a tal punto che essi necessitano di manutenzione continua e in ogni caso non possono durare più di 40 anni. La dismissione delle centrali costa 20 volte i costi di costruzione perché è necessario controllarle per centinaia di anni. La tecnologia militare civile è nata per ammortizzare i costi di quella militare, e questo è dimostrato dal fatto che, dalla fine della guerra fredda, il numero delle centrali operative è salito di nemmeno dieci unità! L’Italia, che è l’unica nazione che dichiara di voler costruire nuove centrali esclusivamente per motivi economici, ha dietro tutto un gioco di speculazioni e grandi opere.
Maurizio Torrealta, caporedattore di Rai News 24, sottolinea lo strettissimo legame tra le tecnologie nucleari militari e civili riassumendo le vicende contenute nel libro Il segreto delle tre pallottole, che ha scritto insieme al prof. Emilio del Giudice, e narra come ha scoperto che il fenomeno fisico della cosiddetta “fusione fredda” – cioè la fusione a temperatura ambiente dei nuclei di deuterio, un isotopo dell’idrogeno – in realtà è conosciuto e attivamente sfruttato per scopi militari, in quanto permette di produrre esplosioni che possono distruggere obiettivi grandi come un palazzo tramite proiettili delle dimensioni di una comune pallottola. Dalla raccolta di dati sui recenti campi di battaglia in medio oriente pare che l’esercito americano conosca il fenomeno della “fusione fredda” e lo utilizzi per produrre mini bombe nucleari (“mini nukes”).
Emilio Del Giudice, professore dell’Istituto nazionale di fisica nucleare di Milano, spiega che la tecnologia per i reattori nucleari civili è figlia diretta di quella utilizzata per i sottomarini nucleari, le cui emissioni hanno provocato, negli anni, numerosissimi morti tra marinai e ufficiali, morti su cui non sono mai state pubblicate statistiche. Inoltre nel deserto del Nevada sono stati per anni effettuati esperimenti per valutare gli effetti delle radiazioni sul corpo umano esponendo a piccole esplosioni nucleari 45.000 soldati posizionati a varie distanze dall’epicentro: i morti negli anni sono stati numerosissimi, ma non sono stati pubblicati dati statistici.
La “fusione fredda” è ben lungi dall’essere un’eresia scientifica: durante degli esperimenti condotti da ricercatori (tra cui lo stesso prof. Del
Giudice) presso la sede Enea a Frascati, caricando una lamina di palladio con l’idrogeno, oltre una certa soglia si verificava da una parte la presenza di elio (che prima non c’era) e un eccesso di calore, segno dell’avvenuta fusione dell’idrogeno, dall’altra la presenza di nickel, prodotto della fissione del palladio.
La fisica classica tende ancora a pensare gli atomi come indipendenti gli uni dagli altri. La fisica quantistica ha aperto nuove prospettive partendo dal presupposto che le oscillazioni nell’ambito di un campo creano una sorta di armonia tra le particelle simile a quella di un corpo di ballo. A questa nuova concezione stanno venendo in soccorso la biologia e la medicina, che stanno scoprendo che l’estensione del danno dovuta a una radiazione è molto più vasta della zona colpita direttamente dalla radiazione stessa:
l’oncologo francese Luc Montagnier, premio Nobel per la medicina, ha recentemente dimostrato che la risposta dell’organismo non è lineare e quindi che piccoli stimoli producono grandi risposte.
Non bisogna, dunque, concentrarsi troppo sulle nuove tecnologie che da questo nuovo tipo di fisica nascono e possono nascere, ma bisogna imparare da queste scoperte ad immaginare nuovi modi di concepire l’idea stessa di energia e di fabbisogno energetico. Siamo sicuri che per vincere la resistenza della natura sia necessario aumentare la potenza? Non sarebbe meglio cercare di “convincere” la natura a diminuire la resistenza con un minore dispiego di potenza? Il problema è che, per sviluppare tecnologie di questo tipo, bisogna investire molto nella ricerca di base.
di Sabrina Parisi

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di Redazione
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