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RnS, presentato a Napoli l'evento 10 Piazze per 10 Comandamenti


RnS, presentato a Napoli l'evento 10 Piazze per 10 Comandamenti
08/06/2012, 17:06

Presentato questa mattina alla curia di Napoli, alla presenza del Card. Sepe, l'evento nazionale 10 Piazze per 10 Comandamenti promosso dall'associazione  Rinnovamento nello Spirito Santo in occasione del 40° anniversario della sua nascita in Italia. Ciò vuole essere un momento gioioso, di coinvolgimento popolare e di testimonianza di fede in un momento storico di smarrimento spirituale e di disagio economico e sociale. Ritrovare il senso del vivere comune e la misura buona delle cose, alla luce dei 10 Comandamenti – fondamento morale di tutte le legislazioni e le costituzioni democratiche vigenti – rappresenta in sé un atto d’amore e di responsabilità verso le nuove generazioni.

Il progetto è patrocinato dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, sotto l’egida della Conferenza Episcopale Italiana, alla vigilia del Sinodo speciale sulla “nuova evangelizzazione” indetto da Papa Benedetto XVI.  Il tema generale assegnato all’iniziativa - “Quando l’Amore dà senso alla tua vita…” - esprime il desiderio che la dimensione spirituale dell’uomo, osteggiata dal materialismo e dall’ateismo correnti, conosca nuove promozioni e più ampie espressioni, perché possano essere colmati i “deserti esteriori” della vita individuale, familiare e collettiva alla luce dei dieci Comandamenti e del Comandamento nuovo dell’amore.

Le dieci Piazze: L’evento, di portata nazionale, si svolgerà in dieci principali città d’Italia e a Roma:  Sabato 1 settembre sarà la piazza di BARI; Sabato 8 settembre saranno le piazze di NAPOLI, MILANO, TORINO, CAGLIARI E ROMA;  Sabato 15 settembre sarà la volta di FIRENZE, VERONA E GENOVA;  Sabato 22 settembre sarà la piazza di PALERMO; sabato 29 settembre a BOLOGNA in concomitanza con la festa patronale di San Petronio.

Si tratta di un’iniziativa nazionale, dal format unitario, che prevede il coinvolgimento di personalità famose provenienti dall’Italia o dall’estero e di testimoni della Regione interessata.

La preghiera, la musica, la danza, l’annuncio del comandamento, le testimonianze e la lettura di brani ispirati ai singoli comandamenti, saranno il contesto in cui le Città accoglieranno il Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI (trasmesso in tutte le Piazze coinvolte) e dell’Arcivescovo/Cardinale della Città, il quale presenzierà in Piazza intervenendo su un Comandamento assegnato.

I dieci Comandamenti

Ad ogni Città è stato assegnato uno dei dieci Comandamenti che farà da tema alla serata:

Io sono il Signore Dio tuo = ROMA

1. Non avrai altro Dio all’infuori di me = TORINO
2. Non nominare il nome di Dio invano = VERONA
3. Ricordati di santificare le feste = MILANO
4. Onora il padre e la madre = NAPOLI
5. Non uccidere = PALERMO
6. Non commettere atti impuri = BARI
7. Non rubare = GENOVA
8. Non dire falsa testimonianza = FIRENZE
9. Non desiderare la donna d’altri = BOLOGNA
10. Non desiderare la roba d’altri = CAGLIARI

Obiettivi fondamentali: Ripartire dai dieci Comandamenti e riaffermarli in chiave propositiva a fondamento della nostra laicità cristiana, della nostra cittadinanza attiva, del nostro impegno per il bene comune.
 Portare nel cuore delle nostre Città la parola di Dio con il registro della creatività.
 Ridire con un linguaggio nuovo e attrattivo l’amore di Dio per l’uomo, la salvaguardia della sua dignità, la bontà del suo destino.
 Ridestare l’attenzione per una cultura cristiana di base in un tempo che conosce l’eclissi di Dio e la desacralizzazione delle nostre società occidentali.
 Evidenziare la ricchezza dei Movimenti e delle Associazioni nella vita delle nostre città, valorizzandone la presenza in un momento testimoniale comune.
 Mostrare una nuova capacità di dialogo con le istituzioni e con tutti gli uomini di buona volontà, per il rilancio di un nuovo idealismo cristiano, di una visione spirituale del reale nel tempo della crisi.


Così il presidente di Rinnovamento nello Spirito, Salvatore Martinez: “Il decalogo, le “dieci parole”, stanno in due spanne (spanna: unità di misura antica pari all’ampiezza della mano). La misura del nostro rapporto con Dio, con il prossimo, con noi stessi – la tridimensionalità dell’amore – possono racchiudersi nelle nostre mani, sono affidate “al lavoro delle nostre mani”.

Dieci parole che contengono una “smisurata misura” d’Amore, amore che non teme smentite o svilimenti. I Comandamenti sono legge eterna d’amore, la migliore scuola d’umanità possibile, la migliore fonte d’umanizzazione della storia. Dieci comandamenti. Non è preciso definirli così, o meglio così intenderli dopo il cristianesimo. L’amore non si impone, l’amore non costringe. L’amore è bellezza, bontà, offerta della vita nella gioiosa rinunzia di sé. L’amore è sempre un “fai” più che un “non fare”. È un “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”.

“La lista dei peccati” titolava un quotidiano italiano all’indomani della presentazione del Progetto a Roma. Errato: non una lista di divieti, ma dieci vie per non procurarsi guai, per imparare ad essere uomini e umani, per provare ad essere felici.

Proporremo a tutta l’Italia, lungo i 5 sabati del mese di settembre, iniziando a Bari e concludendo a Bologna, una riflessione vivente, vitale, creativa sull’attualità dei Dieci comandamenti.

Intanto non è affatto scontato che si ricordino. Il nostro rapporto con il Decalogo, se c’è stato, risale all’infanzia; per molti un ricordo sbiadito, come una poesia di Pascoli o di Leopardi. E possibile poi che qualcuno le ricordi così male da dirsi: “Non rubare al padre e alla madre” o “Non fornicare durante le feste”.

Vogliamo, insieme, e con tutta umilità, provare a riordinare le idee a questa nostra umanità che ha smesso di credere, che non sa in chi credere, che a suo modo crede o ritiene di credere. Un’umanità che manca di un “principio spirituale unificatore” dell’esistente, di regole oggettive per vivere il bene comune.

Noi sappiamo di avere la risposta alla crisi. Noi sappiamo che nessuna formula umana potrà risolvere la crisi. Noi sappiamo cosa fonda l’unità e l’identità del nostro popolo, della nostra Nazione. Noi sappiamo come rispondere all’appello alla nuova evangelizzazione

Se evangelizzare è “insegnare agli uomini l’arte di vivere” (Benedetto XVI), le Dieci parole ci dicono come vincere la vita eterna, se si è credenti, e come non fallire la vita terrena se non lo si è. Come essere veramente uomini in un tempo che spesso rasenta la bestialità istintiva, come essere credenti in un tempo in cui la fede sembra essere un incomodo, uno scandalo, un limite alla modernità, al meglio una possibilità tra tante altre.

I comandamenti sono precetti di “legge naturale”. Sono indicatori di vera socialità, sono esplicitazioni della laica nozione del “bene comune”, sono il portato di massima civiltà e di umanizzazione possibili, sono il “codice etico” delle nostre società. Sono comuni alle tre religioni monoteiste. Sono a fondamento di tutte le costituzioni e di tutti i principali ordinamenti statali democratici del mondo.
L’uomo non è mai, da solo, il protagonista della storia. Occorre includere Dio, reincludere Dio nell’orizzonte umano. Dio non è il limite della libertà umana.

Vogliamo vincere un falso moralismo, che sta riducendo il cristianesimo ad una precettistica sterile di regole, che non convincono più nessuno della loro bontà e della loro potenza. Vogliamo vincere un falso laicismo, che vorrebbe si “desse a Cesare quel che è di Dio” e a Dio indifferenza e disprezzo. Vogliamo vincere un falso naturalismo, che vorrebbe l’uomo rassegnato dinanzi all’ineluttabile male che attanaglia la storia. Vogliamo vincere un falso messianismo, che riduce il cristianesimo solo ad un giudizio critico sulla realtà, senza compromissione, per cambiarla, senza una fede che si fa pensiero, cultura, storia umana.

Questo mondo è complesso, disordinato, spesso indecifrabile. La gente chiede orientamento. Vuole un nuovo “sistema segnaletico”: non si orienta più nei labirinti di una vita che si vuole sempre più moderna e sempre meno divina. I comandamenti sono i migliori “districatori di modernità” possibili. In qualunque epoca e latitudine ricordano all’uomo chi è e cosa è bene che sia. Altrimenti l’uomo non conoscerà il suo cammino, resterà estraneo al suo stesso cammino umano.

Dobbiamo invertire la rotta. Chi conosce la via sa anche dare valore alle cose, ha la misura delle cose. Dove ci sono valori, ci sono persone valide. Dove c’è valore, c’è qualcosa di valido. L’uomo “si svaluta”, perde di valore se non ha in sé ciò che gli attribuisce nuovo vigore, nuova forza, nuovo valore: la presenza dello Spirito di Dio. L’uomo non è una moneta, che se si svaluta non avrà mai in se stessa la forza di rigenerarsi. Nell’uomo c’è il valore aggiunto di Dio, la forza di Dio, la sua dignità divina. Questo valore è il prezzo della nostra libertà, l’omaggio alla nostra libertà che coniugata con l’amore per la verità definiscono il senso e il modo della nostra laicità cristiana.
Un segno di speranza creatrice, l’“elogio” di una coscienza sociale che non ha bisogno di travasi di modernità per uscire dalla crisi, ma che da sola è capace di esorcizzare la paura del futuro perché consapevole, forte del suo passato. Noi, gente del Sud, siamo un popolo di memorie, di tradizioni, di identità forte. Ed è proprio a partire da questa unità culturale e spirituale non omologata, ma sempre creativamente plurale, che possiamo contribuire a riscrivere un’altra grammatica della povertà e della ricchezza e aiutare l’orientamento della globalizzazione verso realizzazioni più umane, più solidali, comunitarie, giuste e pacificanti.
“Il cristianesimo - ha scritto Benedetto XVI, già nell’incipit della sua seconda Enciclica - non è una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita” (in Spe Salvi, 2).
Ha un’anima il Sud. Ed è un’anima spirituale, che il tecnicismo della modernità e il nichilismo del pensiero corrente non riescono a scalfire. Un’anima che ancora anima e rianima il reale, le cose, le relazioni; un’anima che è il significante delle sue tradizioni, delle sue devozioni, delle sua pietà, della sua generosa capacità di rapporti conviviali e affettuosi, di vivere e di regalare vita, proprio a partire da una famiglia, dai padri e dalle madri. Il nostro tempo vive una drammatica “eclissi dei padri e della madri”. Le paternità e le maternità sono sempre più rigettanti e dubitative. Un egoismo generazionale ha colpito, come virus mortale, il mondo degli adulti, incapaci di fare vedere alle nuove generazioni un futuro giusto.
A Napoli, dunque, diremo con convinzione: “Onora il padre e la madre”, il quarto dei comandamenti. Diremo, insieme: rispetta il padre e la madre, cioè la Tua storia familiare, la generazione che ti ha generato. Rispetta gli adulti, le memorie, le tradizioni, le età. Onora la famiglia naturale, cioè i genitori, uomini e donne che hanno generato dei figli, che generando dei figli rendono ricca una società.
Un altro gesto si unirà, precederà la riproposizione creativa del IV comandamento: il 5° Pellegrinaggio nazionale delle Famiglie per la Famiglia. Dunque, a Napoli, si parlerà della famiglia e la si vedrà, per così dire, in azione, in movimento, in pellegrinaggio con il gesto semplice e popolare del Rosario, preghiera che unirà ancora una volta nonni, genitori, figli in una sorta di catena d’amore tra le generazioni.

Il Pellegrinaggio nazionale delle Famiglie per la Famiglia è un gesto di popolo che sta diventando una tradizione per il nostro Paese, a partire dal Sud della nostra Italia, spesso ricordata solo per i suoi proverbiali mali, per le sue umane contraddizioni, incapace di raccontare la speranza che vive e rinnova la vita di migliaia e migliaia di famiglie come quelle che procederanno a Napoli il 15 settembre p.v.

Siamo reduci dal VII Incontro Mondiale delle Famiglie che si è svolto a Milano nel corso della settimana appena trascorsa. A Milano è apparso sempre più chiaro che senza famiglia questo nostro mondo non può vivere, né progredire. Ecco perché una famiglia ci vuole! Un pellegrinaggio di famiglie per la famiglia ci vuole! Nessuna rivendicazione, nessuna protesta, piuttosto una proposta, una visione della storia in un tempo senza visione, senza sogni, senza passioni forti.

Noi cristiani abbiamo una missione straordinaria da svolgere: innervare il nostro tempo, segnato da individualismo sfrenato e siccità di valori spirituali, con un nuovo dinamismo di responsabilità e con una nuova passione educativa. Urgono ideali alti, modelli di vita buona, quella “fantasia dell’amore” che il Beato Giovanni Paolo II invocava all’inizio di questo Terzo Millennio (Novo Millennio Ineunte, n. 50).

A Milano abbiamo visto e sentito che nel tempo della crisi non è in recessione lo Spirito di Dio e lo spirito dell’uomo! Abbiamo visto e sentito l’attualità e l’attuabilità della famiglia. La famiglia è ancora la migliore risorsa a disposizione per il progresso delle nostre democrazie, delle nostre comunità, se sarà messa nelle condizioni di esprimere tutta la soggettività ecclesiale e sociale di cui è capace, cioè la capacità d’amare, le risorse d’amore che ha in se stessa.

Dobbiamo ridare un significato nuovo a questo mondo; dobbiamo ridare agli uomini il gusto delle cose spirituali, alla vita un significato spirituale; dobbiamo far sì che le nostre inquietudini siano spirituali: non si può vivere soltanto di frigoriferi, di bilanci bancari, di sms, di parole crociate e di lotterie. Così facendo ci lasciamo morire, perché lasciamo morire la cifra alta della vita divina in noi e nella storia: se muore Dio, muore l’uomo!

Muore la famiglia sotto i nostri occhi e così muore il nostro futuro. In un tempo in cui tutto ha un prezzo, tutto si paga, tutto si calcola, chi vorrà più vivere generosamente, gratuitamente e senza tornaconto la propria vita come una storia d’amore?

Se vogliamo che la famiglia cristiana non si spenga sotto i colpi di questa visione “economicistica della vita”, allora dobbiamo ridare alle nostre città un cuore nuovo, uno spirito nuovo, forze vitali nuove. Dobbiamo lasciare stampare nel nostro cuore un comando divino: “Non abbiate alcun debito verso nessuno all’infuori di una amore vicendevole” (Rm 13).

Un amore vicendevole: regna dentro la famiglia, regna nel rapporto intergenerazionale intra familiare, regna nel rapporto con gli altri extra familiare? È un debito l’amore, perché nel vero amore non c’è egoismo e quindi può solo essere offerto, restituito, essendo puro dono.

Ora, la famiglia cristiana è davvero in debito d’amore. Tutti ne parlano, pochi accolgono per sé questa sfida. Tutti indicano soluzioni per salvarla e nessuno afferma con convinzione e con fede che basterebbe ritornare all’amore. La famiglia è, prima di tutto, un evento spirituale, una sorgente d’amore, una palestra di relazioni d’amore. Il Papa Paolo VI un giorno scrisse questa celebre espressione, poi cara a Giovanni Paolo II e ora a Benedetto XVI: “L’avvenire dell’umanità passa attraverso la famiglia” (Familiaris Consortio, 86).

La famiglia è il vero elemento di stabilità, di novità e di unità in un mondo sempre più frantumano dall’orgoglio, dall’idolatria dell’io, che uccide l’amore e quindi la legge della prossimità umana, della solidarietà tra generazioni, della compassione verso il proprio simile, esperienze queste che si imparano vitalmente in famiglia.

Ha scritto con grande lungimiranza il Pontefice Benedetto XVI nella sua terza Enciclica: “Lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una famiglia… Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera, perché nei momenti più difficili e complessi dobbiamo soprattutto riferirci al suo amore” (Caritas in Veritate, nn. 53.79).

Non rinnoveremo il mondo se non pregando, per noi stessi e per gli altri. La preghiera è l’arte dell’impossibile e il mondo ha bisogno di persone specializzate in quest’arte. La preghiera è ricreazione dell’uomo in Dio, non è evasione dal mondo. Chi prega non pensa solo a Dio, ma pratica Dio. Chi prega impara ogni giorno a vedere gli uomini in modo nuovo, a partire proprio dagli stessi familiari che sono spesso i primi ad essere trascurati. Chi prega non si rassegna a vivere, ma vive senza rassegnarsi, mai. Perché la preghiera è lotta, è speranza, è sacrificio, è conquista, è vittoria. Chi prega non è mai solo. Chi prega è il vero sapiente, perché include Dio nell’orizzonte umano. Chi prega apre il cielo e questo nostro tempo non può certo fare a meno di miracoli d’amore!

Vale la pena accettare il rischio dell’amore. Perché, non dimenticatelo, non ci sarà unità nel popolo italiano, unità nella Chiesa, unità nella famiglia, se non saremo disposti ad accettare il rischio dell’amore di Dio.

Perché tutto si sta frantumando? L’economia, la politica, l’educazione dei figli, le nostre tradizioni culturali? Perché tutto pare spegnersi sotto i nostri occhi? Perché pochi sono disposti a sacrificarsi per amore e intanto la famiglia soffre; la famiglia si disgrega; la famiglia non resiste sotto i colpi dell’indifferenza. Se si allenta l’amore di Dio nella storia, tutto rallenta, tutto si ferma, tutto muore. Senza l’amore di Dio nulla esiste, nulla resiste.

Chi prega, ama! Chi ama, non si stanca di alzare gli occhi verso il cielo ricordando che la vita umana è il più grande dono d’amore di Dio. Pregare è il verbo dell’amore. E amare è il verbo di Dio. ”

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di Fabio Iacolare
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