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Padre di un marittimo lancia l'allarme: "Aiutate mio figlio"

Savina Caylyn: i sopravvissuti come i reduci del Vietnam

Cesaro soffre di disturbo post traumatico da stress

Savina Caylyn: i sopravvissuti come i reduci del Vietnam
11/09/2012, 18:41

NAPOLI - Un incubo durato 316 giorni, dall'8 febbraio al 21 dicembre 2011. Oltre dieci mesi trascorsi sotto lo sguardo dei rapitori e la minaccia dei mitra, a bordo della nave o a terra, in un angolo sperduto della costa della Somalia. Per i marittimi della Savina Caylyn, petroliera della flotta degli armatori Fratelli D'Amato, tornare alla vita di tutti i giorni convivendo con i ricordi di quella terribile esperienza è stata un'impresa. Ma c’è chi da quell'incubo non ne è ancora uscito, come nel caso di Gianmaria Cesaro, allievo ufficiale di coperta di Piano di Sorrento. "Disturbo post traumatico da stress", si legge nel referto stilato dallo psichiatra che da quattro mesi lo sta seguendo. "Temo abbia la sindrome di Stoccolma", dichiara il padre Antonio, che ricostruisce con voce spezzata le tante difficoltà che il figlio e la famiglia stanno vivendo da nove mesi, da quando cioè i membri dell'equipaggio, cinque italiani e diciassette indiani, sono tornati a casa. E chiede aiuto, Antonio Cesaro, per suo figlio: "E’ depresso, soffre più adesso di quando era in Somalia – racconta a Marco Cavero dell'Adnkronos - è dimagrito, mangia pochissimo. Quando non è fuori casa resta nella sua stanza senza dire niente, non vuole che gli si facciano domande". A far soffrire il padre è il modo in cui Gianmaria parla dei suoi rapitori: "E’ come se gli mancasse quella situazione, parla con tenerezza di quei ragazzi che lo hanno tenuto in condizioni disumane per mesi. Dice che sono giovani, che si potrebbero ancora recuperare. Lui è qui, ma con il pensiero è ancora con loro". Da circa quattro mesi Gianmaria è seguito da uno psichiatra, dopo un'iniziale diffidenza a sostenere le cure necessarie per un ragazzo che "ha sofferto molto e soffre ancora per quello che ha vissuto". Il referto parla di "disturbo post traumatico da stress" ma, spiega lo psichiatra che lo ha in cura, "questo disturbo dopo qualche mese può dare adito a sofferenze più complesse, un po’ come è capitato con molti reduci dalla guerra in Vietnam". A pagare le spese delle cure è la famiglia perché, spiega Cesaro, "quando si oltrepassa il Canale di Suez l'armatore deve pagare un'assicurazione a parte. Non è obbligatoria, ma non è neanche obbligatorio che la nave debba transitare in quelle zone e comunque l'armatore ha il dovere di avvertire prima i marittimi. Questo non è successo e il caso non viene riconosciuto dalla Cassa marittima perché non previsto dall'assicurazione. E’ una profonda ingiustizia che ferisce tutti noi". Eppure, racconta ancora Antonio, basterebbe poco per far sentire a Gianmaria "affetto e vicinanza": "Vorremmo ricevere una chiamata dall'armatore, sentirlo chiederci come stiamo noi e come sta nostro figlio. Invece nulla, neanche da parte delle autorità. Quando tornarono a Roma non c’era nessuno ad aspettarli, contrariamente a quanto accaduto in altre occasioni quando rappresentanti del governo o anche il presidente del Consiglio hanno atteso in aeroporto gli italiani appena liberati. Non sono figli dell'Italia anche loro?". 

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di Valerio Esca
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