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Schiavone, il ragioniere di Gomorra


Schiavone, il ragioniere di Gomorra
05/11/2013, 17:53

È il personaggio del momento, Carmine Schiavone. Il pentito che, per primo, ha parlato della terra dei fuochi e dei milioni di tonnellate di rifiuti tossici seppelliti sottoterra, nelle province di Caserta e Napoli, è un tipino con una storia giudiziaria assai complicata alle spalle.

Figlio di una casalinga e di un piccolo commerciante, Schiavone non è il tipico camorrista balordo analfabeta: non è un killer, né un cacciatore di taglie. Ha studiato, invece, e si è diplomato ragioniere.

Proprio questa sua abilità coi numeri, dopo gli esordi con piccoli reati, lo porta al fianco del più temuto malavitoso della provincia di Caserta: Francesco Schiavone, noto all’anagrafe di camorra col soprannome “Sandokan”.

I due, peraltro, sono pure cugini. Ma il legame di parentela non impedirà scontri e ripicche, tanto che – si racconta – Sandokan, conoscendo il carattere irascibile e assai sospettoso del parente, spesso nemmeno lo informava dei nuovi traffici illeciti avviati dalla sua organizzazione.

Così sarebbe accaduto anche per la questione dei rifiuti. Ha raccontato ai magistrati, infatti, il collaboratore di giustizia, di essere stato informato soltanto successivamente del business avviato dai Casalesi.

“A un certo punto – si legge nel verbale desecretato relativo all’audizione del 17 ottobre 1997 davanti alla commissione Ecomafie – chiamai una persona e le chiesi di darmi tutti i documenti relativi a tale situazione (il traffico di rifiuti, ndR). Rilevai allora che nelle casse del clan non entravano soldi relativamente ai rifiuti, mentre quel traffico era in atto. Mi riferisco alla cassa del clan con cui si pagavano i mensili agli affiliati, le spese relative ai latitanti, gli avvocati e così via: le uscite complessive erano pari a circa 2 miliardi e mezzo al mese, tra compensi agli affiliati e spese extra”. All’interno della cosca, la sua richiesta di spiegazioni viene vissuta male. “Mi risposero che avremmo parlato della questione osservando, come scusa, che forse quell’attività era stata avviata da Cicciotto (Francesco Bidognetti, ndR) con il nipote mentre in realtà vi era implicato anche mio cugino, che teneva per sé il ricavato. In questo modo, ottenemmo il versamento di una quota”.

Finito in galera nel 1992, dopo la condanna a cinque anni per associazione mafiosa e dopo un arresto-lampo per una storia di armi, decide di cambiare vita. Ma, per attuare questa sua scelta, ci impiega più di un anno. Infatti, è solo nel 1993 che si pente. Avendo probabilmente intuito che il ruolo di cassiere della cosca e la pur “nobile” parentela camorristica non lo avrebbero messo al riparo dal ricambio generazionale che Sandokan e Francesco Bidognetti, l’altro capo dei capi del cartello criminale, erano in procinto di varare all’interno della struttura malavitosa, vuota il sacco su quindici anni di sanguinari misfatti in provincia di Caserta.

È lui il primo, storico collaboratore di giustizia della famiglia mafiosa di Casal di Principe. Al pm Federico Cafiero de Raho racconta omicidi, affari, misteri e segreti della holding. Grazie alle sue dichiarazioni, scattano i mandati di arresto: 136 affiliati ai Casalesi – gruppo criminale allora sconosciuto alla pubblica opinione – devono rispondere di centinaia di capi di imputazione. È l’inizio del maxi-processo Spartacus I che si concluderà, in Cassazione, quasi vent’anni dopo, con trenta ergastoli.

Nel frattempo, Schiavone ottiene il regime di protezione da parte dello Stato: i suoi verbali sono oro nelle mani degli inquirenti che si mettono sulle tracce del tesoro nascosto della camorra casertana. Alla fine dell’inchiesta, finiranno sotto sequestro – e poi confiscati – beni per 2500 miliardi di lire. Comprese anche alcune aziende dello stesso Schiavone.

Terminato il programma di protezione, si trasferisce con la moglie e i figli nella Tuscia, in una

casa nei paraggi del lago di Vico.

Per quasi un decennio, diventa un fantasma. Finché il 23 dicembre del 2008 non finisce di nuovo in manette. A denunciarlo è il figlio, che ai carabinieri racconta di un deposito di armi che Carmine Schiavone custodirebbe in garage. Il blitz conferma la presenza delle pistole, ma ad accusarsi del possesso delle rivoltelle è l’altro figlio del pentito. Alla fine, il gip di Viterbo scarcera l’ex padrino e lascia ai domiciliari il “rampollo”.

Ritorna alla ribalta della cronaca, nel 2010, quando il suo nome finisce in una informativa delle forze dell’ordine che parla di un presunto attentato ai danni di Roberto Saviano. Un attentato con il tritolo sull’autostrada. Un po’ com’era accaduto, nel1992, aGiovanni Falcone a Capaci. La fonte della notizia sarebbe proprio lui, il pentito, ma ai sostituti procuratori che lo interrogano, Schiavone chiarisce di non sapere nulla. “È stato un equivoco”, spiega troncando il discorso.

Dopo alcune interviste a giornali locali, nel 2013 fa la sua comparsa sugli schermi di Sky. E comincia a parlare delle sue vecchie dichiarazioni sul traffico dei rifiuti e sulle elezioni pilotate in provincia di Caserta. Una scelta che gli dà la possibilità di conquistare quella notorietà che i suoi compari camorristi gli avevano quasi sempre negato all’interno della cosca.

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di Redazione
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