Cronaca / Giudiziaria

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Depositate le motivazioni della condanna per l'ex premier

Sentenza Unipol: "Berlusconi decise come capo del Pdl"


Sentenza Unipol: 'Berlusconi decise come capo del Pdl'
04/06/2013, 14:38

MILANO - Il Tribunale di Milano ha depositato le motivazioni della condanna ad un anno di reclusione per Silvio Berlusconi, nell'ambito della pubblicazione illegale di una intercettazione sul Giornale di una telefonata tra l'allora capo dei Ds Piero Fassino e l'allora amministratore delegato dell'Unipol Giovanni Consorte. 
E il TRibunale spiega che l'intercettazione in questione venne sicuramente ascoltata dall'ex premier, nè è credibile che il Pc si sia inceppato o che lui stesse dormendo.  QUesto perchè era necessario il suo benestare per la pubblicazione sul quotidiano di famiglia. Un benestare dato non come imprenditore, ma come capo del partito politico avverso. E aggiunge: "Il ruolo precipuo del premier era collegato certamente alla strenua richiesta di Raffaelli di incontrarlo per potergli presentare personalmente il suo progetto e ottenere l'appoggio, atteso che, secondo quanto lui stesso ha affermato, non avrebbe ceduto la chiavetta se non in quella occasione. Inoltre la sua qualità di capo della parte politica avversa a quella di Fassino, rende logicamente necessario il suo benestare alla pubblicazione della famosa telefonata, non potendosi ritenere che, senza il suo assenso, quella telefonata, che era stata per altro a casa sua, fosse poi pubblicata, a prescindere dalle espressioni di soddisfazione riferite da Favata a Petessi all'epoca dei fatti". Raffaelli fu quello che propose a Berlusconi l'intercettazione in cambio dell'appoggio del premier per aggiudicarsi un appalto in Romania; Favata e Petressi furono coloro che materialmente portarono ad Arcore il 22 dicembre del 2006 il computer portatile in cui era contenuto il file audio in questione. 
Nella sentenza si aggiunge un richiamo alla scelta di chi ha un compito così delicato, come la gestione delle intercettazioni: "Ritiene il tribunale che la vicenda in esame si sia rivelata quale emblematica espressione della spregiudicatezza con cui un incaricato di pubblico servizio, quale Raffaelli, titolare di delicatissimi compiti affidatigli dall'autorità giudiziaria, si sia reso disponibile a piegare il dovere di lealtà nei confronti della pubblica amministrazione".

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di Antonio Rispoli
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