Cronaca / Nera

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Indagini in corso, l'ombra dei 'signori del pizzo'

Spari sui negozi, la firma del racket


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Spari sui negozi, la firma del racket
04/01/2010, 14:01

NAPOLI – Nuovi accordi da stringere, poteri da consolidare, territori da conquistare. Strategia di controllo del territorio, ma firmato camorra. In questa direzione indagano le forze dell’ordine, dopo la recrudescenza, nel centro storico di Napoli, di episodi che fanno direttamente pensare ai “signori del racket”.

Prima il bar Seccia di via Monteoliveto, a pochi passi dalla Questura. Ignoti hanno appiccato le fiamme distruggendo praticamente ogni cosa. Secondo una prima ricostruzione, pare che del liquido infiammabile sia stato versato sul pavimento, attraverso le saracinesche del secondo ingresso, in via Santa Maria la Nova, e poi sia stato appiccato il fuoco. Era la sera del 31 dicembre, in strada non c’era quasi nessuno. Chiunque sia stato, ha agito indisturbato. Le indagini, però, sono ancora in corso. I vigili del fuoco e la polizia scientifica hanno eseguito dei sopralluoghi per ricostruire la dinamica ed accertare le cause dell’incendio. Alcuni tamponi sono stati repertati dagli esperti della Scientifica, coordinati dal vicequestore Fabiola Mancone. L’obiettivo è verificare se sia stato utilizzato del liquido infiammabile; la pista del petardo sembra poco verosimile: sulla saracinesca, infatti, non ci sono segni riconducibili ad una esplosione. Il titolare ha affermato di non aver subito delle minacce o delle richieste di denaro. Perlomeno, non di recente. Circa quattro anni fa, infatti, indagando sul pizzo imposto ai commercianti della zona, la magistratura scoprì che anche il bar Seccia era stato preso di mira dai signori del racket. All’epoca le testimonianze delle vittime si rivelarono fondamentali per arrivare alle sentenze di condanna. Se fosse accertato un nesso tra la denuncia di quattro anni fa e l’incendio, si potrebbe pensare ad una punizione, seppur tardiva, contro chi ha osato ribellarsi al pizzo; altresì, potrebbe trattarsi del sistema usato da uno dei clan della zona per consolidare il potere sul territorio, punire un negoziante per mettere le cose in chiaro: nella zona, il racket non è una cosa a cui ci si può sottrarre. Il compito di far luce spetta agli agenti della Squadra Mobile del primo dirigente Vittorio Pisani e del vicecapo Andrea Curtale.

Il secondo episodio, o sarebbe meglio dire gli episodi, ha avuto come teatro il corso Umberto e il Borgo Orefici. Sui negozi del Rettifilo e delle strade circostanti la firma sinistra della camorra è ancora visibile: colpi d’arma da fuoco sui negozi. Avvertimenti, intimidazioni. Un messaggio chiaro, per chi ha già ricevuto la richiesta estorsiva, forse anche per chi la riceverà a breve. E, soprattutto, per chi ha anche la lontana intenzione di protestare. E’ una prassi ormai nota, ben consolidata. Un sistema per tenere in cassaforte i guadagni che arrivano dal racket, ovvero la più sicura e costante fonte di guadagno per i clan. E imporre il pizzo ai negozianti, significa conquistare un territorio. Come se si fosse in guerra. Più negozi ‘possiedi’, più il tuo clan è potente ed economicamente forte. I quartieri si conquistano così, metro dopo metro, o, per meglio dire, negozio dopo negozio.
Se fosse accertata la pista del racket, il nome che salterebbe subito in evidenza sarebbe quello del clan Prinno, gruppo camorristico con base a Rua Catalana e con rapporti ramificati con i cartelli criminali dei Quartieri Spagnoli e del rione Sanità. Ma per episodi del genere, non è facile puntare subito il dito: i signori del pizzo cambiano, si alternano, a volte si sovrappongono. Il messaggio potrebbe essere arrivato anche da un altro clan, desideroso di mettere le mani su un guadagno sicuro strappandolo ai precedenti aguzzini, di sedersi a tavola e di mangiare una fetta sempre più grossa di una torta di malaffare.

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di Nico Falco
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