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Taranto tra inquinamento e demogagia


Taranto tra inquinamento e demogagia
06/08/2012, 13:28

 

TARANTO TRA INQUINAMENTO E DEMAGOGIA

 

di Giuseppe Biasco

 

Se non ci fosse stata la dirompente iniziativa della magistratura salentina, gli italiani, in questa estate di caldi africani e spread altalenanti, dell’ILVA di Taranto non avrebbero saputo assolutamente nulla.

Che lo stabilimento siderurgico di Taranto fosse uno dei più inquinanti d’Europa lo si sapeva da ben 20 anni; da quando, cioè, la società di Riva rilevava dall’Italsider gli impianti e le produzioni. Uno dei punti determinanti nel contratto di cessione era la messa in sicurezza degli impianti e l’eliminazione di ogni scarico inquinante nel Mar Piccolo di Taranto. Da ben 20 anni , quindi, si è sviluppata una lunga battaglia da parte delle associazioni ambientaliste perché quel contratto fosse onorato e il territorio tarantino fosse messo in sicurezza. Taranto è una città che non raggiunge i 200.000 abitanti; di questi si stima che solo 1500 lavorino direttamente o indirettamente nelle acciaierie. Il restante 90% degli addetti proviene dalle province di Lecce, Brindisi, Taranto, dal Metapontino e molti anche da altre regioni del Sud. Quindi la prima retorica incomprensibile di questi giorni è il fatto che si dica che per tenere in piedi un’economia della città Taranto debba subire un inquinamento devastante. Di fronte a questa palese contraddizione il problema fondamentale è il ruolo che non ha svolto il sindacato: non c’è mai stato a Taranto in questi ultimi 20 anni uno sciopero per l’ambiente, non c’è mai stata una piattaforma rivendicativa da parte delle organizzazioni sindacali per ottenere il rispetto di tutto quello previsto dalla legge e dagli accordi.
L’altro grave elemento che si evidenzia in queste ore è che la città di Taranto e le acciaierie non hanno mai avuto rapporti né amministrativi né politici. E’ bene che qualcuno ricordi che Taranto è stata una città amministrata dal movimento di Cito, di carattere fortemente neofascista, per oltre 13 anni senza che mai gli operai dell’ILVA avessero preso posizione nei confronti di alcune deliranti deliberazioni del comune di Taranto. “ Vivi e lascia morire” questo è stato il motto su cui da decenni si vive, si lavora male e si muore a Taranto. Questo non è sviluppo! Probabilmente l’ILVA a Taranto fa crescere il prodotto interno lordo del territorio ma sicuramente questo non era lo sviluppo del Mezzogiorno che immaginavamo. Produrre acciaio, inquinare, ottenere finanziamenti per la bonifica, provocare il danno biologico di migliaia e migliaia di persone, con i conseguenti insopportabili decessi, è un circuito economico che fa lievitare il prodotto interno lordo, ma a lungo andare, costa di più di una crescita sostenibile fatta nel rispetto dell’ambiente e della salute delle persone. L’ILVA di Taranto rappresenta l’ultimo esempio di una industrializzazione fallita che oggi arricchisce solo il privato Riva e impoverisce l’intera realtà territoriale su cui insiste. Crediamo che i magistrati siano convinti della necessità della loro azione per cui lo stabilimento avrà problemi seri nelle prossime settimane. L’unica possibilità per uscire fuori da questa crisi è abbandonare qualsiasi retorica e tutte le demagogie che sono state utilizzate fino ad ora. Tutti dovranno assumersi le proprie responsabilità : gli imprenditori innanzitutto, che dovranno investire nel mettere in sicurezza gli impianti, gli operai che si devono sentire protagonisti del loro lavoro ma anche del loro ruolo sociale, mentre i sindacati e la politica dovranno fare anche delle scelte scomode per il bene di tutta la collettività.

 

 

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di Raffaele Pirozzi
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