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Tra Corruzione e falsi Disoccupati. A Napoli la storia va avanti da 30 anni


Tra Corruzione e falsi Disoccupati. A Napoli la storia va avanti da 30 anni
16/02/2009, 09:02

 

TRA CORRUZIONE E FALSI DISOCCUPATI.LE DISTORSIONI DI UNA SOCIETÀ SENZA SVILUPPO .

di: Raffaele Pirozzi e Giuseppe Biasco


 

Oltre a registrare il nuovo caso di corruzione nella Asl Napoli 1, in cui è coinvolto l’intero ufficio tecnico di quella struttura; abbiamo appreso con sorpresa del blitz della Digos presso le strutture del progetto “Isola”, della Regione Campania.

E’ la prima volta che viene interessata la polizia in azione di controllo di strutture create apposta per assistere disoccupati organizzati. Il lungo percorso della stabilizzazione dei disoccupati organizzati nella nostra Regione, prevede sempre un lungo periodo di assistenza erogata senza nessuna contropartita ne di lavoro, ne di impegno formativo.

Ma andiamo per ordine, che cosa è successo, che cosa è il progetto Isola e perché è intervenuta la Polizia di Stato?

Giovedì scorso gli uomini della Digos si sono recati in 7 strutture di formazione, due di Acerra e 5 di Napoli, dove si svolgono i corsi per i disoccupati, promossi dalla Regione utilizzando Finanziamenti Europei. Dei mille partecipanti che dovevano essere impegnati nella formazione, ne erano presenti solo un centinaio , mentre i registri erano già firmati dagli assenti.

Il Progetto “Isola”, è un percorso formativo che dovrebbe permettere l’incontro tra disoccupati ed imprese per organizzare una formazione mirata alle specifiche competenze necessarie alle aziende e garantire in questo modo un lavora certo ai disoccupati che partecipano al progetto.

Per questo scopo sono stati stanziati circa 12 milioni di euro l’anno per pagare, ai 3500 disoccupati di lungo corso impegnati nel progetto 480 euro al mese. Gli imprenditori interessati al progetto prendono per ogni lavoratore 1500 euro una tantum, mentre il resto dei finanziamenti servono a coprire i costi delle strutture di formazione e dei docenti impegnati. Questo progetto, nel garantire un sussidio a dei disoccupati, sostiene degli imprenditori che non assumeranno mai i disoccupati e finanzia società di formazione che non fanno formazione.

Per la prima volta, la polizia ha ritenuto di fare un controllo ed ha scoperto quello che da 30 anni sa benissimo: questi progetti sono percorsi di assistenza per i disoccupati organizzati di Napoli e Provincia e rappresentano il primo passaggio verso l’assunzione stabile in lavori nella pubblica amministrazione.

La storia dei disoccupati organizzati napoletani è ben conosciuta in città; dura dalla metà degli anni 70 e sono oltre 20.000 quelli che ancora sono inseriti in diversi progetti e retribuiti con soldi pubblici.

Paramedici e portantini negli ospedali, addetti alla guardanìa ed alla piccola manutenzione nelle scuole, negli edifici monumentali e nei musei; impiegati nei Comuni e negli uffici delle Asl, della Provincia, dell’INPS, dell’Università e di molti enti pubblici e del parastato.

Non c’è stato posto pubblico che potesse essere occupato, che non sia stato utilizzato per le liste dei disoccupati organizzati.

Infine, nella seconda metà degli anni 90 si sono trasformati tutti in LSU ed insieme ai lavoratori in mobilità, sono stati inserite in società gestite dalla Provincia e dal Comune che dovevano svolgere, per conto degli enti locali le attività che, spesso venivano affidata con appalti a ditte esterne: come la manutenzione stradale e la manutenzione degli edifici pubblici. Gli LSU sono stati inseriti anche nella A.S.I.A. e nei Consorzi per lo smaltimento differenziato dei rifiuti. Molte società create dagli enti locali per assumere questi disoccupati ed ex lavoratori, sono già fallite o sono in via di liquidazione e questi dipendenti, che, spesso,non hanno mai veramente lavorato, passano da società a società percependo sempre uno stipendio normale.

Sono rimaste famose le sigle che nel corso degli anni si sono susseguite nelle vicende dei disoccupati: Cantieristi, Monumentalisti, Ancifap, Banchi Nuovi, Rai3, UDN, i disoccupati storici di Acerra.

Ora i disoccupati organizzati, nati dopo il 2000, sono inseriti nel progetto Isola, mentre sono già in pista le nuove sigle: Gli “indultati” oer esempio, insieme ad altre sigle storiche.

E’ di questi giorni la mobilitazione dei gruppi di disoccupati di Acerra, che dopo avere tanto combattuto contro il termo valorizzatore, adesso chiedono di essere assunti proprio in quello stesso impianto.

Il Sindacato napoletano, denunciò da subito la scorrettezza di quel movimento, le irregolarità che si celavano sotto quelle sigle e sotto quella contrattazione tra istituzioni e movimenti di lotta.

Il Sindacato napoletano è stato il nemico dichiarato dei movimenti dei disoccupati, e per questo è stato più volte fatto oggetto di violenze, di occupazioni di sedi e di minacce ai singoli dirigenti. Prima il rischio del terrorismo, poi la preoccupazione di collegamenti con la camorra, è sempre stato certificato un grave problema di ordine pubblico, utile alla giustificazioni di provvedimenti stralcio e di deroghe alla legge per le assunzioni presso gli enti pubblici.

Ecco perché siamo rimasti sorpresi dalla presenza della Digos nei corsi di formazione del progetto Isola. Il sistema, ormai collaudato da anni di esperienza dei padroni delle liste, si basava su manifestazioni di lotta dei disoccupati, molto spessa più annunciata che effettuata. Alla fine, spesso bastava un po’ di blocco del traffico e qualche disagio in più per i cittadini per ottenere una riunione in Prefettura. Il Prefetto di turno, su verbali delle forze dell’Ordine, certificava lo stato di sofferenza per l’ordine pubblico che veniva raccolto da politici napoletani, impegnati in Parlamento o in Regione, pronti a trovare le soluzioni necessarie per procedere nell’inserimento forzato dei disoccupati nelle occasioni di lavoro assistite che si erano prodotte per l’occasione.

Tutte le forze politiche sono state coinvolte in queste vigende, non c’è nessuno che è stato fuori da questo gioco e tutti sono responsabili.

E’ necessario ricordare che negli anni di piombo e negli accordi tra camorra e terrorismo, due persone perbene furono uccisi: Pino Amato e Raffaele Delcogliano, Assessori al Lavoro della Regione.

Stiamo parlando, come si vede da questa breve e non precisa ricostruzione di una piaga di Napoli da sempre, che incide fortemente sullo sviluppo e che ha impedito: la riforma del mercato del lavoro, la trasparenza nell’assegnazione dei posti di lavoro, la crescita del costo della pubblica amministrazione, la pessima qualità dei servizi erogati dagli enti.

Non abbiamo citato a caso la corruzione negli uffici della Asl Napoli1, perché la corruzione è l’altra faccia del problema del mancato sviluppo. I disoccupati si fanno forza della corruzione sempre presente nella pubblica amministrazione dei nostri territori, e questa diventa la giustificazione per le lotte ed il metodo per l’accordo. Tu prendi le tangenti ed io prendo uno stipendio senza lavorare. Questo è il patto scellerato che viene avanzato da decenni in questa città e portato avanti da veri e propri professionisti delle liste dei disoccupati, che vivono organizzando generazioni di disoccupati e vendendo i pacchetti dei voti ai potenti di turno.

Gli unici che hanno sempre denunciato questa situazione, per altri motivi è ovvio, sono stati quelli della Lega, l’intervento della Digos è forse dovuto al Ministro degli Interni Maroni?

Nel pieno di una crisi economica devastante, è venuto il momento di chiudere per sempre questo sistema perverso di occupazione, di assistenzialismo e di false lotte.

I bisogni sono reali, c’è necessità di lavoro e sviluppo, ma una altra via è possibile e dobbiamo essere noi a trovarla. Avremo mai il coraggio e la capacità di rendere legale e trasparente la lotta per il lavoro in Campania? Se riuscissimo a rispondere in fretta a questa domanda, molta parte del lavoro che c’è da fare sarebbe già indirizzato verso una soluzione positiva.

Non aspettiamoci dagli altri quello che non abbiamo il coraggio di fare noi stessi, sarebbe un errore imperdonabile, perderemmo la nostra libertà di decidere sul nostro futuro. Questo non possiamo permettercelo.


 

Napoli, 16/02/09
 

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di Raffaele Pirozzi
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