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Interpretazione troppo rigida del Codice Penale

Tribunale di Torino, giudice caccia dall'aula interprete per il foulard


Tribunale di Torino, giudice caccia dall'aula interprete per il foulard
15/11/2011, 10:11

TORINO - Un brutto episodio è avvenuto lo scorso 14 ottobre, al Tribunale di Torino. Si discute un processo dove un maghrebino è accusato di aver estorto 250 euro ad un connazionale. C'è un problema di traduzione, contestata tra le parti, e il Pm incarica una traduttrice (presso le Procure ci sono diverse persone che collaborano, per le traduzioni di documenti e delle intercettazioni, ndr). Arriva una ragazza, Fatima, che - in ossequio alle regole della religione islamica - porta sui capelli un foulard, che lascia comunque completamente scoperto il viso. Ma al giudice questo non sta bene ed impone alla ragazza di levarsi il foulard o di lasciare l'aula. E quindi Fatima se ne va.
Il giudice - come ha spiegato poi - si è appellato all'articolo 129 del Codice Penale, che impone di seguire il processo "in silenzio e a capo scoperto"; e quindi ha preso alla lettera questo articolo. Ma in realtà è prassi comune rispettare i copricapi, soprattutto quando sono religiosi: non si è mai vista una suora cacciata dall'aula per il suo velo o un ebreo per la sua kippah (lo zuccotto che portano gli ebrei ortodossi che copre la sommità della testa). Il concetto di "capo scoperto" è un arcaismo di quando l'uomo di classe andava in giro col cappello e quindi se lo doveva togliere in senso di rispetto verso l'istituzione. Un po' come nelle chiese, dove si fa la stessa cosa. Ma chi ha mai visto una suora che entrando in chiesa si toglie il velo?

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di Antonio Rispoli
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