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Il pentito delle 'navi dei veleni' parla del caso Moro

“Tutti sapevano di via Gradoli”


“Tutti sapevano di via Gradoli”
22/09/2009, 22:09

L’ubicazione del nascondiglio dove era tenuto segreto Aldo Moro era un segreto di Pulcinella. Tutti, dai politici al Sismi alla malavita romana, sapevano che il presidente della Dc si trovava in un covo di via Gradoli 96, ma dopo un iniziale intenzione di liberarlo, hanno deciso di lavarsene le mani. Le sconcertanti rivelazioni, pubblicate sul sito de “L’Espresso”, arrivano da Francesco Fonti, il pentito della ‘ndrangheta che ha permesso di individuare sui fondali a largo della Calabria le ‘navi dei veleni’.
La testimonianza è stata raccolta da Riccardo Bocca, che da anni segue le rilevazioni del collaboratore di giustizia. Fonti, stando al suo racconto, fu inviato dalla ‘ndrangheta a Roma il 20 marzo del 1978, chiamato da Riccardo Misasi e Vito Napoli. Lì incontrò il segretario della Dc Benigno Zaccagnini e si rese conto che molti personaggi della banda della Magliana sapevano che Aldo Moro ed i suoi rapitori erano in via Gradoli. La notizia venne confermata anche da alcuni affiliati alla ‘ndrangheta a Roma e dal contatto di Fonti nel Sismi, un certo “Pino” nominato anche nelle dichiarazioni sulle ‘navi dei veleni’.
Il 4 aprile Fonti incontrò Giuseppe Santovito, direttore del Sismi, che conferma la notizia aggiungendo che “è giunto il momento di liberare il presidente Moro”. Il 9 o il 10 aprile Francesco Fonti tornò a San Luca dal suo capo, Sebastiano Romeno, che si congratulò con lui ma gli rivelò che Moro non sarebbe stato rivelato: “peccato che da Roma i politici abbiano cambiato idea, - affermò, - dicono che, a questo punto, dobbiamo soltanto farci i cazzi nostri”. Fonti a quel punto telefonò alla questura di Roma, indicando il covo di via Gradoli 69. Il nascondiglio venne scoperto pochi giorni dopo, il 18 aprile, “per una strana perdita d’acqua. Dei brigatisti e di Moro, ovviamente, non c’era traccia. Ulteriore conferma della mancanza di volontà di agire, Fonti la ebbe durante il periodo di detenzione nel carcere di Opera insieme a Mario Moretti, quando si accorse che il capo delle Br riceveva ogni mese una busta con un assegno circolare. I soldi erano del ministero dell’Interno e, ricorda Fonti, “un brigadiere che credo si chiami Lombardo” gli confidò che per recapitarglieli lo avevano fatto risultare come un insegnante di informatica, e in quanto tale veniva retribuito. “L’ennesimo mistero, - conclude la testimonianza, - tra i misteri del caso Moro dico a me stesso; l’ennesima zona grigia in questa storia tragica”.
 

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di Nico Falco
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