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Secondo la Cassazione, il lavoratore "modello" può farlo

"Vaff...": quando dirlo al capo non è reato


'Vaff...': quando dirlo al capo non è reato
11/02/2011, 18:02

CATANZARO – Mandare “a quel paese” il proprio principale, si sa, è il sogno un po’ di tutti. Da oggi, sarà anche un desiderio realizzabile. A dirlo, la Suprema Corte di cassazione che ha respinto il ricorso di una casa di cura di Catanzaro, rea di aver licenziato una dipendente. La colpa della povera malcapitata? Aver usato epiteti poco nobili nei confronti del suo superiore.
Come si legge nel testo della sentenza (per chi fosse interessato, la numero 3042) “un comportamento, per quanto grave, se ha carattere episodico e se è riconducibile ad un dipendente che non ha mai dato luogo a censure comportamentali, non può fare arrivare ad un giudizio di particolare gravità". Come dire: una parolaccia ci sta tutta, a patto che il lavoratore sia “modello”, cioè ineccepibile nello svolgere le sue mansioni.
La giovane donna protagonista della vicenda era stata licenziata nell’ottobre del 2002. Adesso le spetta il reintegro sul posto di lavoro, così come del resto avevano già stabilito sia il giudice che la Corte d’Appello di Catanzaro. La Cassazione, infatti, ha respinto il ricorso specificando che la sentenza impugnata "è particolarmente diffusa per escludere che quei fatti, in via generale punibili con sanzione conservativa, ricoprissero quel carattere di particolare gravita' che giustificherebbe il licenziamento”.
Insomma, a chi fa il suo dovere è concesso apostrofare il capo. Per tutti gli altri, meglio aspettare la pausa.

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di Ornella d'Anna
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