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CONTINUA L’OMAGGIO ALLA DRAMMATURGIA DI ANNIBALE RUCCELLO

Anna Cappelli al Teatro Nuovo con l'Elogio della Follia


Anna Cappelli al Teatro Nuovo con l'Elogio della Follia
06/11/2011, 13:11

Due grandi occhi verdi che sgranati sulla platea rischiarano il buio della scena e trasmettono un profondo quanto affascinante senso di inquietudine in chi li osserva: sono gli occhi di Maria Paiato, la straordinaria attrice che con la regia di Pier Paolo Sepe, dallo scorso 4 novembre è in scena al Nuovo Teatro Nuovo di Napoli con “Anna Cappelli, uno studio”. Continua l’affettuoso omaggio all’autore stabiese, a venticinque anni dalla sua tragica scomparsa, con la messa in scena dell’ultimo dei suoi testi, un monologo dialogico suddiviso in sette sequenze che coprono due anni di vita di Anna Cappelli, singolare figura femminile che un bel giorno lascia il suo paesello per inurbarsi in una città, Latina, sita in un’area depressa dell’Italia meridionale. La storia di Anna è una storia “piccola” che, sullo sfondo di un’Italietta degli anni Sessanta, ritrae la miseria della società del consumo e della speculazione, in cui l’avere comincia a sopravanzare largamente l’essere. Anna è schiacciata dal delirio del possesso che qui si evolve in possessione macabra dell’amato, possesso come unica via di affermazione del proprio Io; possedere per esistere, per riempire il fossato della solitudine di quell’Io vero, abbandonato per l’Io resistente indispensabile per il tessuto della società che le sta intorno e che la costringe alla quotidiana farsa della “emancipazione”. Ma si tratta di pura ostentazione di indipendenza. Un’indipendenza che è solo teorizzata e che conduce Anna a scagliarsi verbalmente contro la sua borghese e bigotta padrona di casa, contro tutto ciò che è “obbligatorio ed omologato”. Ma l’oscuro scrutare di Ruccello nelle viscere dei suoi personaggi in balia di forze che li dominano, non ci lascia sfuggire che proprio quelle stesse misere convenzioni borghesi, sono ciò verso cui Anna Cappelli tende per sottrarsi al baratro della solitudine e alla disperazione di una vita condotta ai margini : “Si lo so, lo so Tonino, che è solo una formalità ma io a questa formalità do una mia importanza…che non è la stessa importanza che ci danno quella cretine su al municipio o le altre donne in genere…è…è… è un contratto, ecco, è come se fosse un contratto e mi sembra che con questo contratto tu, tu, un uomo insomma prendi un impegno definitivo…". E alla scelta dell’uomo di vendere la casa e di trasferirsi in Sicilia corrisponde l’atroce quanto insostenibile disvelamento dell’impossibilità di un’appartenenza da Anna così tenacemente perseguita. Quella casa con le sue pareti e le sue suppellettili sono diventati una seconda pelle per la protagonista che, incapace di affrontare una nuova perdita, troverà nella scelta delirante del cannibalismo, l’unica via per sopravviverle. Un epilogo in perfetto stile noir che pur nella efferatezza di un gesto tanto estremo non si trova al cospetto di un pubblico avverso ma al contrario, Anna da “mostro” diviene vittima di una società nuova e volgare, anima tormentata che riesce a colmare di pietà e umana comprensione, gli stessi sentimenti riservati ai deboli, ai traditi, ai pazzi, ai disperati, agli emarginati. Come già è avvenuto per Cristina Donadio, anche in questo caso l’allestimento si collega al progetto «EraEva», che prevede l'istallazione in scena di un'opera di un'artista napoletana, nell'occasione Gloria Pastore che presenta la scultura «Corpus mens (la donna legata)». Dalle scene di Francesco Ghisu, ai costumi di Gianluca Falaschi, al trucco di Vincenzo Cucchiara, alle luci di Carmine Pierri, ogni elemento in questa performance ha contribuito ad una efficace quanto emozionante resa espressiva di un’attrice dotata di raro talento che si finisce di applaudire solo per sfinimento. In programmazione fino al 20 novembre. Da vedere e per chi può permetterselo, rivedere!

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di Rosa Vetrone
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