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Dal 25 luglio al 10 agosto workshop teatrale a Serramezzana

"Apparizione di una storia - Shakespea Re di Napoli"


'Apparizione di una storia - Shakespea Re di Napoli'
10/06/2011, 10:06

Dal 25 luglio al 10 agosto a Serramezzana, in provincia di Salerno, Il Teatro Segreto presenterà “Apparizione di una storia – Shakespea Re di Napoli” un workshop curato dal drammaturgo Ruggero Cappuccio e dalla regista Nadia Baldi. La coppia così definisce l’intenso lavoro del teatro.

“Forse il Teatro é il luogo dei sensi. Forse Shakespeare é il suo più grande architetto.

Forse il grande Teatro progettato dal Poeta di Stratford costituisce la prova inequivocabile dell'esistenza di un'intelligenza che, ben lontana dal ruotare intorno all'analizzare e al dedurre per capire, capisce con purezza quasi involontaria solo quando riesce a sentire e con-sentire le oscure sintonie dell'anima annidate tra le parole di Hamlet o di Macbeth. E le battute di Shakespeare sono musica, i suoi versi una straordinaria elaborazione sinfonica: procede per movimenti ampi, arresti improvvisi, sincopati e allegretti capaci di legare il cuore e le viscere all'incanto di una scena che conquista con il senso del suono, sublimandosi nel raggiungimento insperato del suono dei sensi; a risuonare sono i sensi del pubblico finalmente capace di riscoprire in sé l'esistenza congenita di un ritmo dell'anima vocato all'unisono con un Teatro che non si propone come codice espressivo da tradurre in segni, ma come partitura di suoni in grado di scavare tra le emozioni umane riportando alla luce oscuri reperti interiori.

La parola di scena si ascolta, non si legge. I grandi drammaturghi scrivono sentendo dentro sé stessi l'eco dei suoni che vanno componendo. Shakespeare sentiva e scriveva come Mozart. Il genio, l'amore, la bellezza e la morte, si manifestano nella sua drammaturgia come fantasmi del cuore capaci di aggiungere misteri ai misteri. Nessuna soluzione, nessun rimedio alle ferite dell'anima: l'arte del grande poeta inglese non ci invita al conoscibile. Le sue parole ci spingono verso l'estrema dilatazione delle nostre facoltà sensitive, per farci intendere quanto spazio l'inconoscibile può trovare nella nostra anima e quanto spazio essa desideri dedicare ai segreti di se stessa.

Eppure, ripercorrendo l'ineluttabile, platonico conflitto tra corpo e anima, ogni musica reclama uno strumento. Ogni suono fonda l'immateriale sul materiale, ogni Teatro reclama una lingua.

Il linguaggio in scena sta al Teatro come il pianoforte a Chopin. L'insolente esemplificazione del gioco di rapporti, esistente tra la rappresentazione e i suoi strumenti espressivi, tende a ritornare sugli storici luoghi comuni sospesi sul panorama teatrale italiano, sradicandone alcuni, confermando l'autenticità di altri. Il nostro Teatro in una lingua italiana é spesso debole, tendenzialmente antimelodico, non ritmico, non musicale, troppe volte asettico, scarnificato fino al parossismo, cerebrale, analitico, incredibilmente antipoetico, infine desintonizzato rispetto alle finalità sceniche.

 

La scrittura di Shakespeare è una fascinazione alla quale non ci si può sottrarre. Attraverso il drammaturgo si incontrano grandi personaggi femminili e maschili. Ci si confronta con Lady Macbeth, con Re Lear, Otello, Amleto, Ofelia. Siamo invitati, a non tener più conto di una natura definita da un sesso ma a penetrare nell’essenza di uno stato d’animo, di un’ambizione, di un’ossessione che non appartiene più a un nome o a un volto, ma all’universalità di un genere umano travagliato e oppresso da se stesso. Ci si muove per incontrare una donna e incontri un poeta che, tra le righe delle sue opere teatrali, annuncia: “Il grande teatro non contiene uomini o donne!” E’ questo che si legge quando al punto in cui, atto I scena V, Lady Macbeth dice: “…. Venite, o voi spiriti che vegliate sui pensieri di morte, in quest’istante medesimo snaturate in me il sesso, e colmatemi tutta, da capo a piedi, della più atroce crudeltà. ….” Chi parteciperà al laboratorio dovrà partire da questa riflessione: non indossare, nella propria interiorità di attore, né gonne né pantaloni. Sarà esortato a lanciarsi al di là dei limiti, oltre i quali è possibile incontrare il teatro come essenza. Il laboratorio costituirà un allenamento a saltare gli steccati della mente. La scrittura di Cappuccio, da “Shakespea Re di Napoli”, sarà il territorio entro il quale gli attori si muoveranno liberamente esprimendo la loro sensibilità, la loro fantasia, approfondendo lo studio del testo unendo alla parola decontestualizzata, l’uso della musica e una gestualità da inventare. Il moderno dialogherà con il presunto antico. Il laboratorio avrà una durata di 15 giorni, per il quale è previsto solo il punto di partenza esposto ma nessun punto di arrivo.

Ci sono diversi modi di raccontare. Lo si può fare con il solo uso della parola oppure con tutto il corpo e con tutte le possibilità della propria voce: suoni, versi, canti, rumori. Si può essere da soli in scena oppure ci si può allenare al racconto corale.

Ogni suono batte alla porta dell’immaginazione finché questa non restituisce un flusso espressivo. Lavorando con la concatenazione dei suoni, si produce una corrente di immagini, si crea una storia. Le storie scivolano di bocca in bocca evocando uno spazio e un tempo non fisico, diverso da quello che ci circonda; un’alba, un afoso mezzogiorno, una notte di tempesta, una scogliera a picco sul mare, l’ultimo campo al confine col deserto.

Raccontare una storia. Passando da un suono a un altro, prima deliberatamente poi con attenzione sinfonica imparando ad ascoltare e a dire. Così come per dipingere occorre alternare colore e ombra, per raccontare una storia è necessario comporre silenzio e suono. E’ dal rincorrersi di silenzio e suono che scaturisce il ritmo.

Il ritmo è solidamente legato alla sostanza primordiale dell’essere umano. Attraverso il ritmo percepiamo istintivamente il mondo. E il ritmo è legato alla coscienza dello scorrere del tempo.

Gli attori devono potersi muovere attraversando con disinvoltura questi territori. Hanno bisogno di conoscere tutte le possibilità della propria voce ed assaggiarne tutte le sfumature. Devono poter scegliere. Decidere quale sensazione suscitare e quali spazi e immagini evocare. Giocare con il tempo: trattenerlo, accelerarlo, rallentarlo fino a tenerlo fermo, sospeso.

Gli attori si dovranno collocare in uno spazio e in un tempo in costante oscillazione tra il tempo matematico della realtà e quello impalpabile del sogno. E’ da lì che parleranno e racconteranno”.

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di Rossella Saluzzo
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