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Il duro lavoro di informare nella terra della 'ndrangheta

Avamposto, nella Calabria dei giornalisti infami


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Avamposto, nella Calabria dei giornalisti infami
21/09/2010, 17:09

C’è un posto dove basta raccontare la verità per correre il rischio di venire uccisi. E non è lontano dalla civilissima Italia: è a sud dello Stivale, è la Calabria. Una regione ancora asfissiata dalla cappa della ‘ndrangheta, una delle organizzazioni criminali più potenti del mondo, della quale si parla troppo poco, e che ci tiene a mantenere il velo di omertà e la copertura di anonimato.
E’ un posto a non più di due passi, che nasconde una realtà lontana anni luce. Una realtà raccontata con la crudezza necessaria nel libro Avamposto, scritto a quattro mani dal siciliano Roberto Rossi e dalla milanese Roberta Mani, giornalisti che provano a squarciare il velo di omertà per accendere i riflettori sulle storie di quei colleghi che, colpevoli di fare soltanto il proprio lavoro, si ritrovano tacciati col marchio dell’infamia.
Infami, nel gergo della ‘ndrangheta. Persone che non si fanno i fatti loro, spioni, personaggi pericolosi e quindi scomodi. Da intimidire, da ridurre al silenzio. E così via con le finestre mandate in frantumi dalle pallottole, con le lettere minatorie, coi copertoni tagliati, con le teste di animali mozzate e con i pestaggi.
I sedici casi raccontati nel libro tracciano una realtà fatta di uomini che vivono al margine della vita democratica, nella perenne paura che gli sguardi minacciosi si trasformino in fatti. Un viaggio nel cuore della Calabria non come regione ma come modo di pensare, un viaggio in una terra dove vige il muro del silenzio colpevole, un luogo ancora troppo poco conosciuto, ostaggio della peggiore forma di sovranità.

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di Redazione
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