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Continuiamo il dibattito sul più controverso intellettuale del Novecento


Continuiamo il dibattito sul più controverso intellettuale del Novecento
28/02/2011, 16:02

Quest’anno anche il “Cerchio” si è occupato di Pier Paolo Pasolini, uno dei più discussi e controversi intellettuali del Novecento, ricorrendo il trentacinquesimo anniversario della sua tragica morte. Nello scorso numero il nostro collaboratore Mario Di Vito ha analizzato le contraddizioni della società al tempo di Pasolini, un personaggio scomodo non solo a destra ma anche a sinistra. Era inviso anche agli ambienti della borghesia e del clero, nonostante la sua conclamata religiosità che lo aveva portato a realizzare un autentico capolavoro cinematografico, “Il Vangelo secondo Matteo”. Ostilità che nascevano, secondo Di Vito, da una società che “non riusciva ancora ad accettare le trasformazioni, ancorché timide ed iniziali, di libertà e di progresso contro le correnti di pensiero conservatrici imperanti”.

Questa volta, ritornando sull’argomento, ci soffermiamo sull’ultimo libro di Adalberto Baldoni, “Una lunga incomprensione. Pasolini fra destra e sinistra”, scritto assieme all’intellettuale di sinistra Gianni Borgna. Il libro edito dalla Vallecchi, prefato dal noto filosofo Giacomo Marramao, è stato accolto con favore dai media che ne hanno parlato con favore, dedicando all’avvenimento intere pagine.

L’opera, originale e interessante (16 euro il prezzo di copertina) è divisa in due parti. Nella prima Gianni Borgna, già esponente di rilievo del Pci nel Lazio ed ex segretario della Federazione giovanile comunista, ripercorre le tappe fondamentali della vita di Pier Paolo Pasolini, descrive le sue principali opere letterarie e cinematografiche nonché i suoi rapporti altalenanti, spesso tumultuosi, con il Pci e con gli intellettuali di sinistra. Inoltre Borgna racconta i suoi frequenti incontri con il poeta - quando rivestiva l’incarico di segretario della Federazione giovanile comunista - insieme a Goffredo Bettini e Walter Veltroni, da sempre suoi ammiratori e sostenitori.

Non poteva mancare un riferimento anche ai recenti avvenimenti, legati alle confessioni del suo assassino, Pino Pelosi, che ha sostenuto che non era solo quella tragica notte del 2 novembre 1975, e al presunto ritrovamento dell’ultimo capitolo del romanzo “Petrolio” dove Pasolini svela i retroscena dell’assassinio di Enrico Mattei. Borgna, inoltre, riporta numerosi documenti pressoché inediti, dalla sua orazione funebre davanti alla salma del poeta alla dichiarazione di voto al Pci che Pasolini fece pochi mesi prima di morire, alla versione originaria apparsa sulla rivista “Nuovi Argomenti” della famosa poesia sul Sessantotto, il cui titolo autentico era “Il Pci ai giovani!!!”. E correda la narrazione di molte testimonianze di prima mano e di foto mai viste prima, che testimoniano del rapporto personale con il “poeta-corsaro”.

Da parte sua Adalberto Baldoni, già dirigente nazionale del Msi e poi di Alleanza nazionale, illustra, supportato dai documenti dell’epoca, l’iniziale avversità della destra ufficiale nei confronti di Pasolini, condannato perché comunista e omosessuale.

Il Msi di Michelini, Almirante e Romualdi, infatti, era visceralmente anticomunista ed omofobo. Le cronache dei giornali di destra, dal “Secolo d’Italia” al “Borghese”, dallo “Specchio” al “Nuovo Meridiano”, amplificavano le controversie giudiziarie di Pasolini ed i suoi “incidenti di percorso”, giungendo persino ad approvare le aggressioni (anche fisiche) dei giovani missini nei suoi confronti. Un primo, se pur cauto cambiamento di rotta, lo si avvertì nei primi anni Settanta quando Pasolini iniziò a collaborare al “Corriere della Sera”. Ma, nonostante i suoi illuminanti “scritti corsari”, in cui, ad esempio, il Potere (con la P maiuscola) era accusato da Pasolini di gestire la strategia della tensione, la destra ufficiale mantenne inalterata la sua posizione negativa verso la scrittore. Salvo rare eccezioni, anche la sua tragica morte venne accompagnata da una serie di giudizi sfavorevoli. Poi, verso la fine degli anni Ottanta, un dibattito su Pasolini nella sede missina di Acca Larenzia, dove nel 1978 erano stati uccisi tre militanti del Fronte della Gioventù, aprì finalmente una serena, obbiettiva “rivisitazione” del fenomeno Pasolini. Quella di Acca Larenzia fu una bomba mediatica che sconvolse gli ambienti della destra e quelli della sinistra. Per mesi la stampa d’ogni tendenza si interessò dell’evento.

Baldoni svela infine come, quando e perché venivano organizzate (figurava tra i principali promotori, essendo presidente della Giovane Italia di Roma) le contestazioni dei ragazzi della Giovane Italia contro lo scrittore. Come pure le sue indagini -su invito della direzione del “Secolo d’Italia” dove lavorava- per raccogliere verità “nascoste” o negligentemente (scientemente?) trascurate dalla polizia circa la morte di Pasolini.

Baldoni che, nella sua introduzione, ricorda di essere nato cronista, ossia di avere iniziato a fare giornalismo sulla strada e non a tavolino, riporta anche le testimonianze di coloro che hanno parlato con Pasolini poche ore prima che facesse salire nella sua auto il ragazzo che potrebbe essere stato utilizzato come esca per l’agguato mortale del 2 novembre 1975.

Merita un particolare approfondimento (cosa che non hanno fatto specialmente i giornali di sinistra) il capitolo relativo alla guerra civile, al dramma familiare di Pier Paolo Pasolini quando apprese la morte di suo fratello Guido, “ucciso da mano fraterna nemica”, perché la sua brigata partigiana, la “Osoppo” si era opposta alle brigate comuniste che favorivano le mire espansionistiche di Tito.

Eppure Baldoni ha ricordato che quand’era ragazzo si era incontrato con Pasolini (già noto per il suo primo romanzo “Ragazzi di vita”) nel quartiere dove abitavano entrambi. In quei fugaci incontri Adalberto aveva parlato, tra l’altro, delle tragiche conseguenze della guerra civile che aveva travolto anche i suoi familiari.

Infatti il papà di Adalberto, Remo Baldoni, era partito per il Nord, aderendo alla Rsi, proprio mentre i figli giovanissimi di sua sorella, Argentina, erano andati a combattere i tedeschi ed i fascisti sull’Appennino modenese, rimanendo entrambi uccisi.

Sempre nel contesto della guerra civile, Baldoni ha riportato un’interessante testimonianza, quella di Paolo Fraioli, che grazie all’aiuto di una ragazza di sinistra, sua amica, aveva conosciuto nell’estate 1971 Pasolini in uno stabilimento di Ostia. Fraioli all’epoca era dirigente della Caravella ed era stato presidente romano della Giovane Italia. Ebbene Pasolini, appreso che Paolo Fraioli era un militante di destra, non solo parlò di Ezra Pound che aveva sempre ammirato, ma si soffermò sulla situazione della Venezia Giulia nel 1945.

Fraioli frequentava gli ambienti degli ex combattenti della X Mas che negli ultimi mesi della Rsi erano stati spostati da Borghese in quella zona per difendere la regione sia dai tedeschi che dalla Jugoslavia. Circolò voce che l’Intelligence di Borghese avesse contattato il comandante della Osoppo per instaurare un accordo segreto in funzione antislava. Pasolini voleva sapere se quelle voci rispondessero al vero, per potere comprendere gli autentici motivi che avevano spinto i garibaldini comunisti a trucidare Guido e i suoi amici. Ma Fraioli non riuscì a parlare con Borghese perché il principe nero fuggì in Spagna per evitare di essere arrestato a seguito del fallito, presunto golpe del dicembre 1970.

Nel volume figurano anche foto inedite dello scrittore, documenti originali, immagini d’epoca, tra cui quella dell’aggressione a Pasolini nel settembre 1962 a Roma.

Abbiamo ritenuto opportuno rivolgere ad Adalberto Baldoni alcune domande relative al suo ultimo libro. Baldoni ha risposto al nostro direttore con la sua proverbiale schiettezza che denota la sua riconosciuta onestà intellettuale. E’ un’intervista a tutto campo che non solo si sofferma sul contenuto del libro, ma parla dei suoi prossimi impegni, tra cui quello di un libro-inchiesta su Roma, non ancora pronta per ospitare le Olimpiadi.

1) In questi ultimi cinque anni, accantonata l’attività politica, hai intensificato la tua produzione letteraria. Quattro libri in cinque anni: “Il Sessantotto”, “Anni di piombo”, “La storia della destra”, ed ora un saggio su Pasolini. Come mai questa volta hai scelto questo personaggio, così controverso, amato ed odiato al tempo stesso a destra come a sinistra?

L’idea è stata di Gianni Borgna che conoscevo sin dai tempi del consiglio comunale di Roma, quando era assessore alla cultura ed aveva letto il mio “ Noi rivoluzionari” che conteneva un capitolo dedicato a Pasolini. Mi ha detto: se hai scritto un libro, “Anni di piombo”, assieme ad un saggista di sinistra come Sandro Provvisionato, puoi scriverne uno anche con me… Ho accettato.

2) Tra le numerose recensioni del vostro libro anche “l’Unità” e “Repubblica” hanno preso atto della tua obiettività. Era accaduto anche in passato, come per “ Due volte Genova” e “Sessantotto. L’utopia della realtà”. Per non parlare della prefazione di Giacomo Marramao, uno dei più illustri filosofi, autore di diversi libri sul marxismo, che si è espresso in modo lusinghiero nei tuoi confronti. Come interpretare questo atteggiamento?

Nessun infingimento o tatticismo. Ho più volte dichiarato che sono nato cronista, ho sempre raccontato i fatti come accadevano, ascoltando le testimonianze della gente della strada, calandomi nella realtà delle situazioni che si presentavano. Ho fotografato le diverse realtà con la mia mente e poi le ho trascritte. Del G8 di Genova mi sono limitato a riportare gli eventi così come si sono succeduti, riportando le violenze dei Black bloc ma anche quelle dei poliziotti, inviati allo sbaraglio da superiori inetti o in malafede. In primo luogo da Gianni De Gennaro che ha finto di non sapere cosa accadeva alla scuola Diaz o nella caserma di Bolzaneto. A destra sono stato pesantemente criticato (sorvoliamo i loro nomi). Ma poi le indagini della magistratura mi hanno dato ragione. Del “Sessantotto” ho cercato di sprovincializzare un avvenimento globale che ha riguardato milioni di giovani ed ha cambiato il mondo, nei costumi e nel modo di pensare.

3) Nell’articolo di Mario Di Vito, di cui abbiamo accennato in precedenza, l’autore afferma che “gli attuali emarginati ed i diseredati, quelli delle borgate romane di un tempo, non sono più solo appartenenti a quel sottoproletariato, celebrato dal poeta, ma piuttosto sono gli eterni precari ed i disoccupati del presente, ma sono anche attivi componenti di più insidiose e ricche aggregazioni sociali, più agguerrite e più violente e diciamo pure criminali”. All’inizio del libro, quando racconti l’arrivo di Pasolini a Roma, siamo alla fine del ’49, indugi sulla situazione socio-urbanistica della capitale negli anni Cinquanta. D’altra parte, Pasolini è vissuto prima in Friuli, poi ha studiato a Bologna, quindi si è stabilizzato a Roma. La capitale del dopoguerra, come tu scrivi, era un concentrato di baracche, miseria, immigrazione caotica, mancanza di lavoro, espansione edilizia senza regole. Un’enorme periferia…

Esatto. Una vastissima periferia. Baracche e borghetti sono spariti. Ma le borgate sono rimaste, edificate abusivamente. Accanto ad esse sono sorti vasti quartieri-dormitorio dove la qualità della vita è di infimo livello. A Roma ci sono almeno dieci-venti agglomerati come Tor Bella Monaca che andrebbero integralmente riqualificati. Non solo dal punto di vista urbanistico, ma sotto l’aspetto socio-economico. Di recente, mentre stava per scoppiare l’inquietante scandalo di Parentopoli, ho scritto una lettera al sindaco Alemanno dove gli consiglio di procedere a una oculata e severa “radiografia” della città, senza infingimenti ed ipocrisie, senza inclinazioni populistiche. Troppi amministratori capitolini hanno la vista corta. La loro vista non riesce ad andare oltre il centro storico. Per miopia, pigrizia, anche timore. Sì, paura di verificare che al di là delle Mura Aureliane, mentre ti allontani dal centro, assisti ad un sempre più progressivo peggioramento del territorio; paura di constatare che nelle periferie romane vivono centinaia e centinaia di migliaia di esseri umani, di famiglie che vivono in condizioni disagiate, a cui non gliene frega niente della Formula1, della Nuvola di Fuksas, delle piscine di Giovanni Malagò o delle Olimpiadi.

L’aspirazione di questi cittadini dimenticati, senza santi in Paradiso, è quella di studiare, lavorare o di crescere i propri figli in una città vivibile, in una capitale amministrata da politici capaci, lungimiranti e soprattutto retti, di potere usufruire di servizi, trasporti, verde, di luoghi di ricreazione e di spettacolo, di non sentirsi prigionieri dei quartieri-dormitorio. Quartieri dormitorio e borgate che costituiscono la Roma underground, la Roma sotterranea, dei poveri, degli emarginati, dei disperati, dove ogni giorno si assiste ad episodi di violenza, provocata dalla miseria. La Roma invisibile, formata dai giovani disoccupati e dai precari che sputano sangue per tirare avanti e si indignano quando apprendono notizie come quella dei nuovi assunti alle aziende che dipendono dal Campidoglio, dietro la spintarella di un politico o per legami di parentela o di letto. Abbiamo dato l’impressione che la destra, invece di dare un forte segnale di discontinuità rispetto all’operato delle giunte di centrosinistra, si è comportata alla stessa stregua, con arroganza, leggerezza, mancanza di eticità.

4) Una volta terminate le presentazioni del libro di Pasolini, che costituisce un notevole successo editoriale, quali sono i tuoi futuri impegni editoriali?

Le proposte, da parte di diverse case editrici, sono diverse: 1) un’edizione aggiornata di “Anni di piombo”, andato quasi tutto esaurito, per approfondire alcuni anni cruciali come il biennio 1977-1978, i misteriosi assassini di Valerio Verbano e Angelo Mancia, avvenuti nel 1980 (accompagnati da una serie di attentati, tra cui quello al “Secolo d’Italia”), gli omicidi impuniti o dimenticati dei giovani di destra per mano degli stessi camerati, gli omicidi dei giovani di sinistra per mano degli stessi compagni… ; 2) un terzo libro sulla storia della destra, dal congresso del Pdl alla frattura Fini-Berlusconi, ampiamente prevista nella parte finale del mio secondo volume, edito dalla Vallecchi ); 3) un agile libro-inchiesta su Roma, tema di attualità per una città che aspira ad ospitare le prossime Olimpiadi. Dovrei riprendere il discorso iniziato nel 1976 con il mio saggio “I ghetti di Roma”, quando denunciavo la deprimente situazione di una città che da capitale era stata trasformata da inetti amministratori e da voraci speculatori edilizi, in una sterminata periferia.

5) A Roma, rispetto al passato, le cose sono cambiate? Leggo sul tuo curriculum politico: eletto cinque volte in Campidoglio, presidente del consiglio comunale nel 1993 anche se per poche sedute, essendo il consigliere più votato dai romani dopo Buontempo, , capo gruppo dal 1995 al 1997, vice presidente del consiglio comunale fino al 2001. Una grande esperienza amministrativa che ti ha permesso di conoscere Roma come le tue tasche… Mi sembra, dopo averti sentito parlare al convegno sull’Unità d’Italia che tu sia orientato a confezionare una clamorosa e documentata inchiesta su Roma che possa scoperchiare anche il bidone degli affari e degli intrecci politici.

Se ti rispondessi, toglierei ogni attesa per questo libro-inchiesta, ammesso che sia quello prescelto. Debbo innanzitutto esaminare le proposte degli editori, infine calcolare i tempi di lavoro. Quello su Roma è il più impegnativo, anche se posso contare su una montagna di documenti. Mi è stato chiesto, da parte di una forte casa editrice, di confezionarlo entro il prossimo autunno. L’argomento mi appassiona. Ma l’impresa è ardua, perché il saggio, per catalizzare l’interesse dei lettori -secondo gli intendimenti del direttore editoriale- dovrebbe essere diviso in più parti, diversi capitoletti, per sviluppare i temi più scottanti della città.

6) E Napoli?

E’ una città che adoro. Quando nel novembre 1980 si verificò lo spaventoso sisma che colpì Campania e Basilicata, il direttore del “Secolo”, Nino Tripodi mi inviò subito sul posto dove rimasi per circa un mese come inviato speciale. Conservo ancora una medaglia ed un riconoscimento speciale della Regione Campania, per gli ampi servizi giornalistici comparsi sul quotidiano del Msi. Un particolare: anche Almirante amava intensamente Napoli.

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di Redazione
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