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Da giovedì 18 marzo 2010, Teatro Elicantropo di Napoli in scena "Mutu"


Da giovedì 18 marzo 2010, Teatro Elicantropo di Napoli in scena 'Mutu'
14/03/2010, 15:03

Dopo i consensi di pubblico e critica ottenuti con "W la mafia", Aldo Rapè, questa volta sulla scena con Nicola Vero, racconta il mondo dei drammi interiori e familiari nello spettacolo Mutu, in scena, da giovedì 18 marzo 2010 alle ore 21.00 (repliche fino a domenica 28), al Teatro Elicantropo di Napoli, per la regia di Lauro Versari.
Presentato dalla Compagnia Prima Quinta, per la prima volta in un teatro partenopeo, Mutu affronta la storia di due fratelli, due vocazioni a confronto, due uomini sotto lo sguardo dello stesso Dio.
Saro e Salvuccio, u parrinu e u mafiusu, sono di nuovo insieme, dopo tanti anni. Muti per anni, muti per fame e per necessità, un giorno la coscienza e il sangue cominciano ad urlare, mentre i Santini, sorridendo, stanno a guardare.
La gabbia, metafora dolente delle difficoltà di comunicazione dell'uomo contemporaneo, in una sorta di scatole cinesi, fatte di altrettante gabbie, rimanda ad una difficile condizione esistenziale dei due fratelli protagonisti: Rosario, assassino di professione, e Salvuccio, prete, che si rincontrano dopo quasi vent'anni.
Amore e aggressività, volontà di conoscere e fatalismo, attrazione e repulsione, pietà e stanchezza, razionalità e casualità, grandi angosce e piccole gioie, caratterizzano le molteplici gabbie dalle quali i due fratelli cercano di evadere.
Sono le gabbie della propria condizione, le gabbie dei propri sentimenti, le gabbie delle proprie identificazioni, le gabbie delle proprie esperienze multiformi, conflittuali, ambigue, le gabbie dell'incapacità di ricordarsi di se stessi, dimentichi degli “altri” che sono dentro di noi, nascosti dietro maschere diverse, ipnotizzati dall'effetto farfalla.
“Anch'io – chiarisce il regista – mi sono sentito fratello di Rosario e Salvuccio, anche a me la coscienza ha cominciato a urlare, senza sosta, giorno e notte, e sto imparando che nessuno può fuggire senza l'aiuto di coloro che sono fuggiti precedentemente. Solo loro possono dirci in quale modo l'evasione dalla gabbia è possibile. La libertà è una parolona troppo grossa, di quelle parole che è meglio non pronunciare, perchè come la dici, in un attimo non c'è più”.
Due vite diverse che adesso si scontrano in quel focolare domestico regolato da sentimenti e tradizioni centenarie, incomprensibili agli estranei.
Rosario e Salvuccio, il nero e il bianco, due “recite” contrapposte per uno stesso fine: evadere, strappandosi tutte le maschere, una ad una, per ritrovarsi fratelli in un unico abbraccio strategico, dove il sangue bussa all'anima in una esplosione emotiva, entrambi liberi, l'uno grazie all'altro.
Un racconto di una realtà che, volutamente, si contorna di quella simbologia religiosa e che si addormenta pregando il Cristo morto sulla croce. Un mondo per il quale la parola mafia appare un'ingerenza eccessiva e fuori luogo per essere raccontata.

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di Redazione
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