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L'italia dei furbetti nel nuovo "Il figlio più piccolo"

De Sica ammette:"Il cinepanettone va cambiato"


De Sica ammette:'Il cinepanettone va cambiato'
10/02/2010, 18:02

ROMA - Il primo a rendersi conto che qualcosa va cambiato e che la misura di un secchio sempre più pieno di letame è colpa è proprio Christian De Sica. Intervistato per il nuovo film di Pupi Avati "Il figlio più piccolo" che lo vedrà come protagonista, il celebre attore romano infatti ammette:"Sono d'accordo con la critica che qualcosa andava fatto in maniera diversa, ma in Italia quale altro film guadagna 23 milioni di euro? Nei prossimi giorni comunque avrò una riunione con Aurelio De Laurentiis e Neri Parenti: per il prossimo bisognerà mettere a posto qualcosina. Forse cambiare anche me: sono diventato troppo vecchio per cose del genere, se uno fa il cowboy tutta la vita è difficile che gli diano Romeo e Giulietta".
Dopo la volontà palesata di rivoluzionare o addirittura abbandonare l'eterno cinepanettone, De Sica si dice orgoglioso di essere stato scelto da Avati come primo attore di un film che si preannuncia difficile, sicuramente più denso e profondo di quelli natalizi:"Ho 59 anni, questo personaggio me lo sono meritato - dice infatti - spero che dopo questa oppurtunità che mi ha dato Avati arrivino altri ruoli".
Ma a proposito di "Il figlio più piccolo"; di che parla la nuova pellicola del regista italiano famoso per i suoi film un po' passatisti e nostalgici? Avati già precisa che, la sua "creatura", emetterà vagiti mai senti prima; molto più cinici e vicini alla realtà difficile dei giorni odierni. "Il mio cinema non è mai stato di denuncia - spiega lo stesso regista durante la presentazione ufficiale del titolo- ma il presente in questi ultimi anni è diventato davvero indecente, anche per una persona moderata come me. E non parlo solo della politica: la volgarità, la scorrettezza praticata con indifferenza totale, l'assioma che si è quel che si ha".

LA TRAMA
Il personaggio principale si chiama Luciano (Christian De Sica) e rappresenta lo stereotipo perfetto dell'affarista italiano senza scrupoli: una matrimonio finito con una moglie ingenua (Laura Morante) quanto innamorata e due figli da mantenere. Dopo i successi dei primi anni, la holding messa in piedi con il suo più fidato collaboratore (interpretato da Luca Zingaretti) rischia il tracollo e così, consigliato dal suo machiavellico stratega, Luciano decide di intestare tutte le bad company che si trovano nel gruppo al figlio ventunenne (Nicola Nocella; secondo Repubblica "una gran bella scoperta"). Anche il ragazzo è ingenuo come la madre ed entra nel mondo apparentemente rampante e patinato del padre con le migliori intenzioni ed animano da sincero entusiasmo.
L'incrocio tra il mondo corrotto e sciatto del protagonista con quello ancora incontaminato e limpido del giovane è il fulcro di una pellicola che sicuramente solletica la curiosità. Una pellicola che, come lo stesso Avati ha precisato, è diversa da tutte le precedenti e raccoglie l'urlo disperato di una moralità sempre più violentata ed osteggiata. Lo slancio indagatorio pare dunque aver coinvolto e convinto tutti gli attori presenti nel cast. Anche la Morante, difatti, ammette:"Io amo il cinema di Pupi quando è così crudele. Per poter curare bisogna prima vedere con grande spietatezza cosa succede".
"Quello che è singolare nei personaggi - 
sostiene invece Zingaretti - non è l'immoralità, ma l'amoralità: più disperati che cattivi tout court, fanno ancora più male proprio per la loro mancanza di coscienza".
Insomma: gli ingredianti per un lavoro godibile ci sono tutti. Le dichiarazioni-ammissioni di De Sica, poi, lasciano ben sperare per un futuro del cinema italiano che possa essere meno banalmente specchio della società e più arditamente voglia di indagare al di la della superficie e della rappresentazione immediata.

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di Germano Milite
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