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Rilanciare una città significa investire nella cultura.

"Fuoco su Napoli" intervista a Ruggero Cappuccio


'Fuoco su Napoli' intervista a Ruggero Cappuccio
08/07/2010, 09:07

In libreria dal 19 maggio 2010 è in vendita il romanzo di Ruggero Cappuccio, drammaturgo e autore teatrale di Torre del Greco, intitolato “Fuoco su Napoli” - edito dalla Feltrinelli. Il titolo ricorda un ordine militare: caricare… puntare… fuoco! Ci sarebbe da domandarsi qual è il plotone di esecuzione che vuole uccidere Napoli?
Una lettura più approfondita del romanzo, invece, lascia intendere al lettore che l’Autore cerca di approfondire la causa della violenza dei napoletani sulla propria Città.
Molti sono i narratori di Napoli che hanno osservato nei loro libri i cambiamenti politici, culturali, sociali, economici della Città. Altri hanno scritto il binomio Napoli - camorra. Lei si sente più vicino per stile e contenuti a Roberto Saviano oppure ad altri che hanno espresso l’inquietudine di Napoli con toni ironici, romanzati, macchiettistici?
Non mi sento vicino né agli scrittori dopo Gomorra, né ad altri.
“Fuoco su Napoli” non è un approfondimento sulla costruzione della geo-camorra. La criminalità è una causa, è un prodotto della nostra classe politica e non un effetto.
Come fare per interrompere la sottile pellicola osmotica tra politica e malavita organizzata?
Siamo giunti alla deriva culturale. Un tempo le politiche machiavellicamente distribuivano i loro interessi su alcuni fronti, tra questi c’era anche un fronte nobile. Oggi la parte deleteria della politica ha preso il sopravvento.
Se non ha scritto un libro sulla camorra, allora qual è la ragione per cui ha scritto “Fuoco su Napoli”?
La vera ragione per cui ho scritto “Fuoco su Napoli” è legata all’indignazione della morte della bellezza che interessa Napoli e tutta l’Italia.
Che cosa significa la morte della bellezza?
E’ l’alterazione degli spazi della Città iniziata negli anni del dopoguerra. Le antiche ville di Napoli avevano dei giardini dove le classi sociali, popolo e borghesia si incontravano. Era un modo per stare insieme. Tutto sparisce. E diventa sempre più difficile passeggiare per quelle strade di Napoli che un tempo erano sicure. Le alterazioni degli spazi hanno violentato non soltanto il territorio, ma anche le psicologie della gente.
Ci può fare un esempio?
Napoli, per millenni, è stata una città materna, nel senso che accoglieva i suoi abitanti con la forza della natura. In pittura la maternità è rappresentata con un abbraccio. La Madonna che abbraccia il suo Bambino. Si poteva giocare senza pericoli per le strade e camminare a piedi nudi sulla spiaggia per poi tuffarsi in un mare pulito. Napoli abbracciava la madre che abbraccia il bambino. Napoli la rappresenterei simbolicamente come una matrioska, cioè come la figura materna e la generosità ad essa correlata.
Poi cosa succede?
La città muta. Il figlio non riconosce più la grande madre. La vede frustata e frustrata. Non ha la maturità per guarirla e la prende a calci. Lamenta le mancanze di questa madre e dà di matto. La distruzione dei telefoni pubblici, di saracinesche, di monumenti, è la reazione di chi non riesce ad ottenere di più.
Che cosa manca alla città di Napoli per riscattarsi?
A Napoli manca il popolo. Mi riferisco ai piccoli artigiani, agli operai, ai fruttivendoli. C’è una classe degradata che non ha più nulla di popolare. Il popolo è ormai un elemento che attiva piccole attività commerciali.
La morte del popolo è un fenomeno della globalizzazione, dove l’operaio desidera ciò che vuole il direttore di banca. I fenomeni di desiderio sono inglobalizzati.
Inoltre, non ci sono più né la ritualità né la religione.
Manca anche la cultura?
C’è una carenza culturale di fondo. Oggi c’è la cultura della carità, si stanziano soldi per le Pro-Loco, per le sagre sotto la denominazione culturale, con l’espediente di riscoprire chissà quali segreti del territorio.
In Germania lo Stato agevola fiscalmente la cultura. Inoltre i laboratori teatrali, diffusi su tutto il territorio, hanno evidenziato un calo sensibile della violenza. Lei, che è autore teatrale, crede che il teatro possa aiutare i giovani a non cadere nella trappola della malavita?
Ho realizzato molti progetti formativi. “Formart” era un progetto sostenuto dal Ministero del Lavoro gemellato con Fono Roma, con il Teatro La Scala di Milano e con Cinecittà. Su 100 allievi ben 56 hanno avuto un contratto a tempo determinato. Poi per carenza di fondi il progetto non si è potuto ripetere.
 
Il suo romanzo poteva essere ambientato in qualsiasi altra città d’Italia?
Napoli è lo specchio di grandi rivolgimenti che si leggono meglio nei suoi estremi.
Napoli è un amplificatore fuori dall’ordinario, ha in sé i problemi dell’Italia, di tutto ciò che è possibile e impossibile. E’ un contenitore di bene e male. E’ un amplificatore così forte, agli occhi degli artisti, che diventa anche un territorio molto invitante su cui scrivere.
Dall’intervista al drammaturgo Ruggero Cappuccio si evince che la poca attenzione alla cultura rende un Paese indifeso e confuso. Non è che un paese poco acculturato fa comodo a qualcuno?
 
Nella foto: Ruggero Cappuccio.

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di Rossella Saluzzo
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