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L'anticipazione su Repubblica

Germania: un libro di racconti-shock dei nazisti su ciò che facevano

Ma ci sono dei punti poco convincenti

Germania: un libro di racconti-shock dei nazisti su ciò che facevano
04/04/2011, 09:04

GERMANIA - E' di prossima uscita in Germania un libro intitolato "Soldati, protocolli del combattere, dell'uccidere e del morire", destinato a far discutere. Gli autori - gli storici Soenke Neitzel e Harald Welzer - hanno recuperato delle intercettazioni fatte in carcere, nell'immediato dopoguerra, dove gli inglesi detenevano i nazisti. Si tratta di intercettazioni ambientali fatte sia nelle celle degli ufficiali che dei soldati semplici. I due storici hanno scelto le frasi più raccapriccianti, dal punto di vista umano. Per esempio, nelle anticipazioni pubblicate su Repubblica, è menzionata questa frase, detta da un caporalmaggiore della Wehrmacht (l'esercito tedesco di allora): "In Italia, in ogni luogo dove arrivavamo, il tenente ci diceva sempre 'cominciate ad ammazzarne un po''. Io parlavo italiano, avevo compiti speciali". Oppure, in un discorso "rubato" a due aviatori tedeschi, a proposito dell'attacco in Polonia nel 1939: "Bombardavamo e mitragliavamo a volo radente attorno a Poznan, volevamo fare tutto il possibile con le mitragliatrici di bordo. Soldati, civili? La gente non mi faceva pena, ma uccidemmo anche cavalli, per i cavalli fui dispiaciuto fino all'ultimo giorno".
Tuttavia, nonostante il notevole lavoro - pare abbiano esaminato oltre 150 mila pagine di trascrizioni dattiloscritte dalle intercettazioni - restano alcuni punti. Innanzitutto, siamo sicuri che queste pagine sia autentiche? Nel senso che parliamo di intercettazioni ambientali fatte con gli strumenti di oltre 60 anni fa, che non erano perfezionati come quelli attuali. E per di più trascritte da un Paese - l'Inghilterra, appunto - che aveva subito due anni di bombardamenti e nmoltissimi morti. Un minimo di malanimo in chi trascriveva le bobine, nei punti di minore qualità d'animo non mi stupirebbe.
Ma ancora prima: siamo sicuri che chi parlava diceva il vero? Stiamo parlando di prigionieri di guerra, persone che nulla sapevano di quale sorta sarebbe toccata loro. Quello che sapevano è che i loro capi o si erano suicidati (Hitler, Himmler, ma anche Goebbels) oppure erano stati giustiziati dopo un processo-farsa come è stato Norimberga, dove non si era avuto rispetto neanche per i cadaveri (Goering, suicidatosi la notte prima dell'impiccagione a cui era stato condannato, venne appeso lo stesso per il collo). Quindi, in questi casi, trovandosi con un compagno con cui parlare, spesso si usano le parole per farsi forza, sia nei confronti dell'altro, sia nei confronti delle proprie paure. E non è detto che quindi questi racconti siano veri. Per esempio è noto che i soldati della Wehrmacht che si abbandonavano a violenze venivano puniti, a differenza di quelli delle SS; ci sono i registri. Il fatto che un aviatore possa aver volato nella Luftwaffe dal 1939 al 1945 e sopravvivere è un caso rarissimo per non dire unico, perchè le difficoltà di guerra costarono la vita a numerosissimi aviatori. E negli ultimi tempi, data la scarsità di aerei, spesso gli aviatori venivano mandati in prima linea. O ancora, per prendere un'altra dichiarazione riportata da Repubblica ma alquanto dubbia, la frase di un marinaio di un sottomarino che diceva: "Col nostro U-Boot affondammo un cargo trasporta-bambini". L'altro rispondeva: "Tutti affogati"? E il marinaio: "Sì, tutti". L'intercettazione sarebbe del 1943, ma sin dal 1939 l'Inghilterra usava il sistema dei convogli: schierava un gran numero di navi da trasporto, ed intorno a loro un gran numero di navi, la maggior parte delle quali proprio dedicate alla caccia ai sommergibili. Un capitano di U-boot che trascurasse di affondare le navi mercantili o anche le navi scorta (in modo da facilitare l'azione ad altri sottomarini in zona) per dedicarsi ad una nave passeggeri, era uno stupido: si attirava addosso il fuoco dei nemici senza ottenere nessun risultato. E comunque, in un sottomarino l'unico che sapeva quello che accadeva fuori era il capitano (o un suo delegato) che guardavano attraverso il periscopio. Come faceva il marinaio a saperlo? Nella migliore delle ipotesi erano le solite chiacchiere che si facevano all'interno di una comunità chiusa come è quella di un sottomarino; nella peggiore anche lui stava solo facendo il gradasso per nascondere la sua paura.
Insomma, complimenti ai due storici per il lavoro paziente e certosino, ma sarebbe interessante sapere se hanno vagliato la fonte o l'hanno presa per oro colato

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di Antonio Rispoli
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