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GIOVANNI FRANGI RACCONTA I 31 CIELI DI GENNAIO


GIOVANNI FRANGI RACCONTA I 31 CIELI DI GENNAIO
14/01/2009, 15:01

Trentuno immagini, una per ogni giorno del mese, per raccontare i cieli di gennaio. 31 cieli, 31 giorni, accomunati da quella luce, o mezza luce, che è propria delle fredde, giornate di gennaio, il mese della tramontana e dei fatidici giorni della merla.
Trentuno immagini che finiscono con il proporre cieli senza orizzonti apparenti, a comporre un unico mutevole cielo. Il cielo di gennaio, appunto, opera che, in sede di mostra, andrà contemplata dal sotto in su, esattamente come, naso all'aria, contempliamo il cielo atmosferico.
Questa mostra è un ulteriore approfondimento della ricerca che Giovanni Frangi sta compiendo intorno a due temi: il cielo e lo scorrere del tempo. Sino al 15 marzo, a Bergamo, nell'ex Oratorio Ossario di San lupo, è allestita la mostra "MT2425" all'interno della quale l'artista milanese propone "Domenica pomeriggio" una grande interpretazione del cielo che per dimensioni (4 metri e mezzi per otto) è l'opera più estesa sino ad oggi da lui dipinta. Nella mostra trentina (Galleria Il Castello Studio d'Arte Contemporanea, sino al 28 febbraio), quel tema è approfondito, sezionato, dipanato in una ricerca che accompagna un giorno all'altro, in percorso lungo quanto sa essere lungo il mese di gennaio.

Giovanni Frangi è il talento indiscusso della sua generazione. Il pittore dal tratto figurale mai cancellato sotto la linea della tela; l'artista dalla luce aperta, dalla velocità "antropologica" che si inscrive nella bontà del suo DNA lombardo e che lo pone in prima fila al cospetto del passato e del presente più o meno prossimi. Dunque già oltre le frontiere dei suoi stessi compagni di viaggio.
Nei "Volti" e nei "Cavalcavia" aveva tenuto insieme il tratto e il colore della figura colpendola con intuizioni felicissime verso espressioni dilatate di luce pura: una bellezza che non dimenticava il corpo caldo della terra e quindi della materia.
La scoperta della luce leggera a fili tesi e invisibili con la figura, apparentemente sfuggita alla tela, non poteva che affogare nella luce più difficile e dimenticata: il nero -si pensi ai diamanti neri, alle vesti del Seicento.
Giovanni Frangi scommetteva a nascondere la luce per farla esplodere di più. Allegava le tele di Nero per tenerle meglio legate a due ordini insuperati della sua pittura: la materia del colore e la realtà. Eppure con questa luce "difficile" il pittore ha parlato perfino come un oracolo evocando paesaggi mai incontrati eppure dipinti come se praticasse miti dimenticati. Invece Frangi è comunque un pittore che fotografa (gesto banalmente moderno di velocità) e poi con biologica velocità trapianta i colori, a esempio delle "Isole". Ecco, la velocità che egli compie è della pittura antica per poi passare a una aristocratica modernità alla De Pisis, fino a catturare il testimone del velocissimo aritmico Mario Schifano. Ora Frangi pone il livello pittorico lì in cima al cielo.
In occasione di questa mostra verrà pubblicato un volume con un testo dello scrittore Aurelio Picca che, nel romanzo "L'esame di maturità" e in diversi altri scritti, si è interessato con stile e passione ai cieli.

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di Redazione
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