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Giovedì 19 aprile: il debutto di "Due mosche" liberamente tratto da 'Emigranti' al Teatro Elicantropo di Napoli


Giovedì 19 aprile: il debutto di 'Due mosche' liberamente tratto da 'Emigranti' al Teatro Elicantropo di Napoli
16/04/2012, 11:04

“…per liberarmi in qualche misura della Storia. Non chiedo altro”. Sono queste le ultime parole con cui termina il “breve racconto” autobiografico di Slawomir Mrozek, l’autore di Emigranti, da cui è liberamente tratto lo spettacolo Due mosche, con Luca Iervolino e Rosario Sparno, per la regia Fabio Cocifoglia, in scena da giovedì 19 aprile 2012 alle ore 21.00 (repliche fino a domenica 22), al Teatro Elicantropo di Napoli.

Le vibranti parole dell’autore polacco sottolineano il peso che la Storia, quella con la S maiuscola, ha esercitato sulla sua vita: l’impossibilità di ignorare il luogo e il tempo in cui è vissuto, in un’epoca che gli impone il riferimento a questa Storia Generale, visto l’impatto sulla sua vita.

Proprio le parole di quest’illuminante autobiografia, trasudante forte desiderio di liberarsi dal peso della Storia, sono state fonte d’ispirazione e guida nella lettura di Emigranti, testo che, per l’allestimento di Due mosche, è stato spogliato, il più possibile, dai riferimenti alla Storia, cercando di mettere a nudo quella profonda, universale, disperata condizione dell’esistenza umana, raccontata così acutamente dall’autore polacco.

La scena è ferrea, fredda, spietata e scomoda, come la condizione in cui si trovano i personaggi, che sono sospesi su grate e lastre di ferro. E’ il luogo dove scorrono le loro esistenze, verso un “sotto”, forse abitato, e dove esalano, verso un “sopra” ignoto, le ultime illusioni di una vita che si consuma, inesorabilmente, senza senso.

Quel senso, o trama logica, che Mrozek stesso spera di trovare proprio nell’atto di raccontare la sua vita, perché, dichiara nella sua autobiografia, “Preferisco combattere l’idea che sia stata soltanto ciarpame. Solo questa speranza può indurmi a intraprendere questo compito. Quanto ai lettori posso solo sperare che vogliano seguirmi”.

“E così – aggiunge il regista Fabio Cocifoglia - anche noi, animati dalla ricerca di un senso, speriamo che i nostri spettatori vogliano seguirci in quest'arduo compito”.

Aggressività e amicizia, attrazione e repulsione legano i due personaggi nella loro esistenza quotidiana. La tensione è sempre alta, quel sottile filo che li tiene uniti è pronto a spezzarsi, ma è troppo forte la voglia di condividere la propria solitudine, di stare soli ma senza separarsi.

E’ un continuo scontro-confronto, un amarsi-odiarsi, una riflessione sulla loro condizione: un’analisi della loro vita. La scena si riempie di parole, che scorrono senza interruzione in dialoghi serrati, di emozioni tristi e dolorose, di frustrazioni, paure e speranze, che appartengono a chi viene strappato dalla propria terra, dalla propria cultura, a chi diventa straniero nel mondo.

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di Redazione
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