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Allo scrittore lucano il premio "La montagna incantata"

Giuseppe Iaquinta con "L'asino alla finestra e il vitello sul campanile" si aggiudica il trofeo della città di Novi Velia


Giuseppe Iaquinta con 'L'asino alla finestra e il vitello sul campanile' si aggiudica il trofeo della città di Novi Velia
18/09/2011, 18:09

Meritato riconoscimento per  il medico scrittore Giuseppe Iaquinta che con il suo libro “L’asino alla finestra e il vitello sul campanile” (Lu ponde ru lu jome)  pubblicato dalle “Edizioni Scientifiche e Artistiche” ha vinto  la prima edizione del Premio Artistico Letterario Città di Novi Velia, “La montagna incantata”. Prendendo spunto per  il titolo dal celebre romanzo del Nobel per la letteratura Thomas Mann,  la manifestazione, pensata da Giovanni Guzzo, vice sindaco con delega alla cultura della caratteristica città immersa nel Parco del Cilento e sostenuta dal primo cittadino Maria Ricchiuti, ha così ribadito la valenza dell’autore lucano di nascita che ha conquistato il prestigioso trofeo con i plausi della giuria composta dalla nota scrittrice Maria Pia Lorenzo e dalle professoresse Graziella Capaldo e Rosa Pinto. Sulle tracce del grande Carlo Levi che per effetto del suo esilio da antifascista in Lucania diede vita, folgorato nell’anima, dal paesino di Aliano in provincia di Matera e dalla Basilicata dei Sassi, al suo “Cristo si è fermato ad Eboli”, Giuseppe Iaquinta con il romanzo sembra comporre per la sua terra e per il suo paesino di origine Vietri di Potenza, proprio come recita il sottotitolo del libro, una “Rapsodia Lucana”. Evocando in maniera agile, passionale e nostalgica non senza rinunciare a frequenti spunti umoristici gli otto anni della sua infanzia trascorsi nel piccolo luogo natio, prima che la scelta dei genitori costretti ad emigrare a Napoli lo allontanasse dalle sue primitive radici, Iaquinta, traccia e ripercorre in maniera davvero coinvolgente i momenti della prima infanzia fissati nella sua memoria e impressi  sulle pagine del suo libro scritto quando 46 anni dopo si riappropria, acquistandolo insieme ai suoi fratelli quasi in segno di rivincita sul destino, di quello stesso spazio agricolo venduto dal padre. Descrivendo una Basilicata ancora non stravolta dalla legge speciale di De Gasperi che nel 1952  spronato dal capolavoro di Levi si interessò a quei luoghi ed alla loro miseria e disegnando uno spaccato storico e sociale di un’Italia contadina che non esiste più, Iaquinta  sembra fornire al lettore un momento di sublimazione spirituale capace di evocare infinite emozioni nella mente. Ed è così che aggirandosi  tra la fine degli anni Cinquanta e gli albori degli anni Sessanta, nel mentre in Italia il boom economico sta per invadere le famiglie con la televisione di Mike Bongiorno e Mario Riva, le lavatrici, i frigoriferi e le Fiat Seicento ma anche con le sue cambiali e l’inizio dell’esasperazione del vizio, Iaquinta ricorda un’Italia ancora agricola meno fortunata di quella industrializzata, ma non per questo meno meritevole di attenzioni e passioni.  Rivivendo i momenti vissuti al “Ponde ru lu jòme”  il terreno dei genitori situato vicino al torrente Fiumarella da cui il nome “Jòme” che in dialetto lucano significa appunto fiume, ed ancora, ripercorrendo con la mente gli anni fanciulleschi di Vietri di Potenza, nel libro “L’asino alla finestra e il vitello sul campanile”  Iaquinta sembra inserire dei momenti di chiaro stampo fiabesco degni della più appassionante narrativa per ragazzi. Tant’è che non diventa difficile, addentrandosi nelle pagine del racconto, identificare il magico paesino come, il fantastico “Mondo di Oz”,  di Frank Baum ed ancora ricavare, sia pure lavorando di fantasia, delle analogie con i personaggi che popolano i luoghi citati dall’autore con lo spaventapasseri senza cervello, l’uomo di latta senza cuore, ed il leone senza coraggio protagonisti del famoso racconto divenuto film. Ancora, sempre pensando alla scrittura di Iaquinta non ci si meraviglierebbe se il protagonista, cioè lui stesso, auto appellatosi “Chiarfo” ( bambino moccioso) si chiamasse Tom Sawyer e fosse scaturito dalla penna di Mark Twain o si chiamasse Pinocchio, personaggio evocato nel capitolo del “cangiadollari” e fosse scaturito dalla collodiana fantasia. Sostituendosi a modo suo all’Enrico protagonista del libro “Cuore” che attraverso un diario scrive tutto ciò che vede e sente e tutto quello che gli accade intorno, il “Chiarfo”, Peppino Iaquinta, annota tutte le differenze che si evidenziano tra i vari bambini del suo mondo ponendo, tra misfatti, avventure, vendemmie, ciucci che si affacciano alla finestra di case rurali e Natali trascorsi intorno al focolare, l’accento sulla provenienza sociale, sottolineando l’importanza nel percorso individuale del bambino dell’educazione familiare, della disciplina e dei valori dati dai genitori. Riportando alla memoria le gesta del padre e della madre, Mario ‘r Scularedda e Luisella Rosamunda insieme a quelle dei fratelli e delle sorelle tra cui Cucuccio ed Adelina e dei tanti abitanti del paesino come Cumbuà Iuccio, Zi Vito, Cumbuà Leò fino ad arrivare ai vietresi di oggi Gerardino e ‘Ngiulina, il libro di Iaquinta si trasforma in una sorta di album fotografico dei ricordi capace di mostrare uno spaccato di storia nazionale dove un’Italia privata delle radici comuni cerca di superare le diversità sociali e culturali. Per tutti, insomma, grandi e ragazzi, un’occasione per sognare ed un momento di riscoperta di antichi valori salutari per il corpo e la mente.   

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di Giuseppe Giorgio
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