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Lezioni sulla città vesuviana

Giuseppe Luongo e il vulcano Vesuvio


Giuseppe Luongo e il vulcano Vesuvio
17/11/2010, 09:11

Il vulcanologo Giuseppe Luongo, professore di Fisica del Vulcanismo, ha tenuto, nell’ambito del corso di cultura vesuviana,  lo scorso 12 novembre, una interessante lezione a Villa Bruno dal titolo “Vulcano Vesuvio”.
Nel corso dell’intervento il docente si è avvalso della proiezione di una serie di diapositive che hanno mostrato la progressiva e paradossale urbanizzazione dell’area intorno al Vesuvio. Un continuum edilizio che preoccupa non poco la comunità scientifica italiana, ma anche quella internazionale, perché essendo il vulcano di Napoli soltanto in una fase di quiescenza, potrebbe in futuro entrare in eruzione, determinando danni ingentissimi. Le immagini sullo schermo mostrano, infatti, un’area poco antropizzata tra gli anni venti e quelli immediatamente prima del parossismo del 18 marzo1944.
“Le città vesuviane sono una dentro l’altra” commenta Luongo, “e tra queste spicca la città di Pompei”. La città antica fu distrutta dall’eruzione vesuviana del 79 d.C. durante la quale perse la vita il naturalista Plinio il Vecchio. Passarono circa trent’anni dopo l’evento, quando suo nipote Plinio il Giovane, che assistette all’evento da Miseno, descrisse in due lettere allo storico romano Tacito quanto era avvenuto. Ma i fatti potrebbero non essere andati proprio così! Il professore invita a riflettere su quanto possa essere ricordato da un essere umano a distanza di tre decenni da un evento. Si ricordano i fatti che hanno impressionato maggiormente, mentre molte altre cose, magari pure interessanti, si sono perse nei meandri della memoria.
La storia eruttiva del Vesuvio è iniziata almeno 300mila anni fa. La scienza, però, ne ricostruisce, con maggiore dettaglio, soltanto gli ultimi 20-25mila anni.
Ma che cosa è il rischio? Come si fa a valutarlo? L’equazione che descrive il rischio è data dal prodotto di tre fattori che sono la pericolosità, la vulnerabilità e il valore esposto.
Se il rischio è accettabile, il valore del danno atteso è di gran lunga inferiore alle potenzialità della comunità esposta a produrre risorse e sviluppo. Se, al contrario, è superiore alla soglia di accettabilità, la riduzione del rischio avviene con una pianificazione del territorio, attraverso misure strutturali e sistemi d’allarme. Ma i fenomeni naturali non sono governati da leggi lineari. Si tratta di sistemi complessi che obbediscono alle leggi di potenza e, quindi, non lineari. Questa condizione di non linearità conferisce l’imprevedibilità ai fenomeni, anche se rimane la certezza del loro verificarsi. Sono queste le leggi del caos deterministico!
Luongo si è poi soffermato su di un altro interessante argomento: la carta di pericolosità. Questo strumento descrive l’evento massimo atteso. Non riportando, però, le probabilità di accadimento dei vari fenomeni associati ad un evento eruttivo, definirla “carta di pericolosità” è sbagliato: il termine più appropriato potrebbe essere quello di “scenario della severità del danno atteso per quell’evento”. In realtà, sono coinvolti vari aspetti come quelli economici, organizzativi, amministrativi e l’evento non è quello massimo atteso. Vi è confusione totale tra mappe di pericolosità e scenari. Attualmente, sono indicate come mappe di pericolosità gli scenari di eruzioni di grande energia che, peraltro, sono meglio conosciute. La mappa di pericolosità ufficiale del Vesuvio è lo scenario dell’eruzione del 1631. Manca il dato relativo alla probabilità di accadimento! Si è scelta questa eruzione perché questa apre il condotto eruttivo ma, se è così, non è possibile quantificare il rischio.
In pratica, la zona vesuviana ha sempre dovuto fare i conti con una volontà politica poco energica e risolutiva. A tal proposito come non ricordare ciò che scriveva Alfred Sohn Rethel nel 1926 a proposito di Napoli in “La filosofia del rotto”: “La città viveva sotto il Vesuvio, era quindi costantemente minacciata nella propria esistenza. Di conseguenza, aveva preso parte al diffuso sviluppo tecnico ed economico dell’Europa soltanto a sbalzi, poiché non si poteva mai sapere se l’anno sarebbe trascorso senza catastrofi”. Tale filosofia, a distanza di oltre 80 anni è ancora ben salda e intere comunità vivono fatalmente il giorno che non si sa se porterà catastrofi o una programmatica e unitaria visione politica.       
 

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di Rossella Saluzzo
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