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Il Suor Orsola in missione a Pantelleria


Il Suor Orsola in missione a Pantelleria
16/09/2009, 15:09


Domani alle 11 presso il Centro Euromediterraneo per i beni culturali dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa (Via Suor Orsola 10, Napoli) si svolgerà una conferenza stampa per presentare i lavori della missione archeologica del Suor Orsola nell’isola di Pantelleria. Saranno presenti all’incontro con i giornalisti Sebastiano Tusa, Soprintendente del Mare della Regione Sicilia, docente di Paleontologia al Suor Orsola e coordinatore della missione archeologica a Pantelleria e Massimiliano Marazzi direttore del Centro Euromediterraneo per i beni culturali dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa e professore ordinario di Civiltà dell’Egeo e dell’Anatolia. “Il lavoro degli studenti del Suor Orsola nei vari scavi dell’isola di Pantelleria è per noi una straordinaria risorsa per la crescita scientifica degli studi della lunga storia delle civiltà dell’isola”. Sebastiano Tusa, Soprintendente del Mare della Regione Sicilia, anticipa così il resoconto dell’ultima missione archeologica dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli sull’isola di Pantelleria. “Quello con l’Ateneo campano – spiega Tusa – è un rapporto di collaborazione consolidatosi negli anni, da quando nel 2004 come Direttore del Servizio Archeologico di Trapani ho voluto affidare al Suor Orsola Benincasa ed all’Università di Bologna importanti lavori di scavo sull’isola di Pantelleria”. Grazie anche alla collaborazione del Comune dell’isola, che nel corso del tempo ha messo a disposizione alcuni fabbricati per l’accoglienza dei ricercatori e degli studenti degli Atenei di Napoli e Bologna, la missione Pantelleria, che si è concentrata sul prestigioso abitato preistorico di Mursìa (il cui scavo iniziò ai primi del ‘800 per intervento del famoso archeologo Paolo Orsi), ha potuto mettere in luce buona parte dell’antico insediamento, scoprendo anche le tracce di un fiorente commercio marittimo con le aree del Mediterraneo centro-meridionale (costa meridionale dell’isola di Creta e delta del Nilo); ne sono testimonianza alcuni reperti di particolare rilevanza, come collane in faience, un orecchino in cobalto placcato in oro e diversi elementi di parure in bronzo. Sull’isola di Pantelleria, infatti, si sviluppò già durante la prima metà del II millennio a.C., una fiorente cultura marinara, testimoniata da cospicui insediamenti capannicoli e monumentali tombe in pietra a secco, con diverse celle funerarie e corridoi di accesso, chiamati, nel dialetto locale, “sesi”. La missione di quest’anno, coordinata da Sebastiano Tusa e Massimiliano Marazzi, professore ordinario di Civiltà dell’Egeo e dell’Anatolia presso l’Università Suor Orsola Benincasa, è stata dedicata, come spiega Marazzi, “innanzitutto alla continuazione dello scavo dell’abitato, che ha permesso di evidenziare ulteriori unità abitative interamente conservate con gli originari arredi, ma in particolare si è concentrata sullo studio dei monumentali sesi (dei quali è in preparazione una dettagliata documentazione topografica e architettonica) e, più specificamente su uno di essi, collocato sul mare non lontano dall’abitato di Mursìa, parzialmente conservato e apparentemente ancora inviolato, ribattezzato Sese Rosso per il colore che ne assumono le pietre al tramonto”. Già lo scorso anno un primo intervento sul Sese Rosso, che rischiava di essere preda di scavatori clandestini, aveva permesso di indagare una delle sue celle dalla quale erano venute alla luce due perle di collana in cristallo di rocca. Quest’anno, lo scavo sistematico di uno dei corridoi d’accesso alla cella funeraria centrale, ha permesso agli archeologi di mettere in luce, nella loro giacitura originaria, i vasi usati per i rituali connessi con la deposizione del defunto e i resti dei sacrifici effettuati in tale occasione, soprattutto (come era diffuso nel Mediterraneo preistorico) resti di volatili, ora allo studio degli zooarcheologi che operano nei Laboratori di Scienze Applicate all’Archeologia della Facoltà di Lettere dell’Università Suor Orsola Benincasa. Al cantiere, come ogni anno, hanno lavorato gli studenti di archeologia dei corsi di laurea triennale e specialistica del Suor Orsola e della Scuola di Specializzazione in Beni Arceologici, i quali, proprio in virtù di tale esperienza didattica, hanno la possibilità di assolvere ai crediti formativi previsti nel loro curriculum studiorum. La missione di quest’anno è stata altresì occasione per sperimentare sull’isola da parte del Centro Interistituzionale Euromediterraneo per i Beni Culturali dell’Università Suor Orsola Benincasa, sorto nel 2004 per la diffusione nei paesi del Mediterraneo del know-how delle Istituzioni e delle PMI campane nel settore delle tecnologie applicate ai beni culturali, tutta una serie di procedure altamente sofisticate per la rilevazione dei monumenti antichi. In particolare, d’intesa con l’ASAStudio di Napoli e con la TRERRE di Roma, si è proceduto, utilizzando diverse tipologie di scanner da campo, alla rilevazione tridimensionale dell’intera area, con le sue abitazioni e le opere murarie megalitiche di difesa. Si sono potute altresì sperimentare nuove forme di fotografia digitale adatte ad arricchire le informazioni dei sistemi informatizzati di controllo territoriale. L’esperienza più interessante e innovativa è stata tuttavia la ricostruzione tridimensionale del Sese Rosso in corso di scavo, i cui dati permetteranno per la prima volta, un accurato studio strutturale di questo tipo di monumento, acquisendo così una serie di importanti conoscenze sulle abilità e le capacità di progettazione architettonica di questi antichi abitanti del Mediterraneo. Il lavoro permetterà inoltre di diffondere la conoscenza dell’isola nel WEB in una forma che, mantenendo seri criteri di scientificità, potrà far accedere in maniera certamente più accattivante e suggestiva il pubblico a un patrimonio unico nel Mediterraneo. D’altra parte l’esperienza pantesca si collega strettamente alle ricerche che l’Ateneo svolge ormai da anni anche nel golfo di Napoli, sull’isola di Vivara, d’intesa con la Soprintendenza Archeologica di Napoli e il Comune di Procida, anch’essa meta di fiorenti commerci transmarini proprio negli stessi secoli e certamente inserita nelle stesse vie di navigazione che toccavano l’isola di Pantelleria.

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di Redazione
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