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La presentazione del volume presso la libreria Mondadori

“Il Teatro dell’Anima”: Arnolfo Petri racconta la sua scrittura drammaturgica


“Il Teatro dell’Anima”: Arnolfo Petri racconta la sua scrittura drammaturgica
09/01/2012, 10:01

Domani, 10 gennaio, alle ore 18 presso la libreria Mondadori di Piazza Trieste e Trento n.52, verrà presentato il libro di Arnolfo Petri “Il Teatro dell’Anima”. L’incontro prevede gli interventi del Prof. Pasquale Sabbatino (Direttore del Dipartimento di Filologia Moderna all’Università degli Studi di Napoli Federico II), della Prof.ssa Giuseppina Scognamiglio (Docente di Letteratura teatrale italiana all’Università degli Studi di Napoli Federico II) e dei giornalisti Franco De Ciuceis (Il Mattino) e Stefano De Stefano ( Il Corriere del Mezzogiorno). Acanto ad Arnolfo Petri, a leggere alcuni brani tratti dalle tre opere (Camurrìa, Madame B e Acting Out, opera ancora inedita che debutterà sulla scena in aprile presso il Teatro Elicantropo, gli attori Antonio Buonanno e Melania Esposito. Arnolfo Petri definisce “teatro dell’anima” la sua scrittura drammaturgica. Anzi, a un tempo, accarezza e respinge questa proposizione. Se ne allontana, quando si accolla il dubbio che possa non avere senso una poetica astratta in fuga dalle concrete urgenze del reale; l’accoglie, quando nelle declinazioni dell’anima avverte il motore interiore di un suo modo – che confessa del tutto innaturale – di fare teatro. In effetti il teatro di Petri ha struttura di dramma psicologico. Si muove su una doppia traccia narrativa ed espressiva, un gioco speculare tra realtà e immaginazione, (…) un fondo autobiografico che filtra dalla propria esperienza esistenziale. Il “femminile” e il “maschile” alla ricerca di sintesi, la diversità come ricchezza inventiva di stati emozionali. Un teatro di schermi e maschere, penombre e chiaroscuri. Un teatro di parola e perciò rischioso, che richiede ai suoi interpreti (registi, attori) consonanza con “personaggi” che aspirano allo statuto di “persone”. L’azione-inazione in ambienti circoscritti sollecita l’evasione verso orizzonti altri, che sono poi quelli profondi della coscienza: la posta in gioco è la fedeltà ai propri sogni, minata dallo scontro tra ragione e cuore, minacciata dalle stimmate del dolore e della paura del vivere. Un teatro che vuol avere anche motivazioni di impegno civile, di giustizia e dignità sociale. Utopia necessaria, se si vuol credere all’arte come momento di conoscenza e di liberazione.
(dalla Prefazione di F. De Ciuceis). S'io fossi piccolo come il grande oceano, mi leverei sulla punta dei piedi delle onde con l'alta marea,accarezzando la luna”. Maledetto il giorno in cui la mia insegnante di latino e greco, innamorata di Carmelo Bene, mi aveva obbligato a leggere in classe, davanti a tutti i compagni, pronti a vendicarsi all’intervallo, “All’amato me stesso “ di Majakovskij.
S’io fossi piccolo come il grande oceano… Scoprii ben presto che l’oceano di versi e prosa altrui non riusciva a contenere quel senso di “infinito” che mi esplodeva dentro come un malessere.
Era una sorta di disagio interiore che mi rendeva “attore intollerante e indisciplinato”, come sono stato definito sul resoconto di fine anno di ben cinque laboratori di perfezionamento, non perché fossi particolarmente “diseducato” sul palcoscenico, ma perché c’era sempre qualcosa che rendeva “circoscritta” da qualche avverbio o aggettivo mancante la mia “voglia di esistere”.
Eppure da ragazzo, tormentato da letture sempre più “devastanti”, che mi sballottavano tra esistenzialismo, melodramma e avanguardie, sentivo crescere in me un innocente idea di sposare il melodramma tradizionale, così caldo per la mia “anima ferita”, con l’indagine sull’anima, quasi come un viaggio contorto e indagatore di autoconoscenza e conseguente catarsi.

 

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di Rosa Vetrone
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