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Al lanificio 25 una favola nera sul tempo perduto

Il Tingel Tangel di Karl Valentin viaggia sulle liriche di Brecht e Hesse

Un sogno a bordo del Valentin Express

Il Tingel Tangel di Karl Valentin viaggia sulle liriche di Brecht e Hesse
18/06/2012, 20:06

Su un palcoscenico avulso dai circuiti teatrali canonici, il 14 e il 15 giugno passati, la compagnia Muricena ha fatto sferragliare il suo Valentin Express sul binario del Lanificio 25. Il treno, simbolo del riscatto agognato dopo gli scempi di cui la follia nazista si è resa responsabile, staziona nel suggestivo spazio di Piazza Enrico De Nicola, nell’ambito della rassegna teatrale “Capolavori in Corso”, scaturita dalla volontà della sua fautrice nonché organizzatrice, Sarah Scognamiglio, caparbiamente motivata a concedere alle piccole come alle grandi compagnie teatrali, la possibilità di trovare respiro ed espressione compiuti al di fuori dei contesti teatrali tradizionalmente riconosciuti, in una dimensione del teatro che potesse definirsi più europea. Il talento di otto giovani attori, Daniele Marino (Rud), Gennaro Cuomo (Wim), Federica Altamura (Klara), Antimo Casertano (Oliver), Katia Tannoia (nel duplice ruolo di Lenya e Aurora), Adriano Falivene (Accio), Raffaele Parisi (Simmerl) e Carlo Vannini (Otto) che ha curato anche le musiche dello spettacolo, si è offerto generosamente al pubblico del Lanificio 25 che ha accolto con grande entusiasmo uno spettacolo che coniuga mirabilmente l’iperrealismo degli sketches comici del Tingel Tangel di Karl Valentin a una disincantata analisi dell’eredità lasciataci dalle false ideologie del secolo scorso che, nutrendo le ambizioni di benessere e felicità di poveri derelitti, riuscirono ad imporsi in nome del “grande progetto”. L’incipit e le liriche crude e spietate di Bertold Brecht, accanto a quelle struggenti di Hermann Hesse, tessono parallelamente alle scene di un cabaret obliato e attraversato dalla più stridente ironia di matrice valentiniana, la trama di una triade di autori tedeschi accomunati dalla lucida riflessione su quella che, grazie ad Annah Arendt, è passata alla storia come “la banalità del male”. Tre vittime della propria “razza” assetata di potere, tre mosche bianche, contestatori instancabili di un regime che ha finito per schiacciare ogni forma di umanità», spiega nelle sue note il giovane regista Daniele Marino, 28enne cui va il merito di aver saputo armonicamente orchestrare questa favola nera. La diffusione della propaganda nazista è qui affidata a due singolari clown, una coppia di SS (e l’equivoco è ironico quanto mai riferendosi la sigla in questione non di certo alle esecrate truppe d’assalto ma piuttosto ai “Sereni Sempre”, che elargiscono promesse di riscatto e prosperità) di cui, uno appare maldestro e bonaccione e l’altro invece, più deciso e sprezzante che per la sua ostentata impassibilità, si impone agli occhi di chi guarda come un novello e inquietante Goebbels. Entrambi si fanno sostenitori di quel “grande progetto” che rivelerà però ben presto tutta la tragedia del “grande inganno” di cui cadrà vittima chi, quasi come sotto stato ipnotico, piegherà il capo dinanzi alle scelte dei regimi totalitaristi. L’immagine scenica che restituisce questa disfatta è meravigliosamente affidata a dei secchi di latta sotto il cui peso cade la testa di ogni piccolo uomo o piccola donna che, sottratto ai propri insignificanti quanto isterici rituali borghesi, nel buio che è riuscito a mortificare l’intelligenza sociale nel secolo breve, si è lasciato irretire, annientare fino a non vedere e non parlare. Accanto alla ironia stridente si vorrebbe tanto sentire anche lo stridere dei freni di un folle treno in corsa che sferraglia impassibile in direzione di uno scellerato destino ma, come accade anche nell’epilogo dello spettacolo, l’Eterno Ritorno dell’Uguale ci riconsegna i protagonisti fermi alla stazione, nell’angosciante attesa di un treno che non arriva e che probabilmente non arriverà mai. Al di là di qualche ridondanza e lungaggine di troppo, Valentin Express è uno spettacolo che dalle poltrone su cui si è comodamente seduti, consente di viaggiare attraverso gli anni bui della guerra, in un itinerario metafisico che “denuncia” senza reticenza alcuna la fame, la schiavitù, la corruzione e qualunque altro orrore rechi l’autografo della Germania nazista. Sarebbe dunque auspicabile una nuova fermata presso una vicina o lontana stazione teatrale perché, come si sa, corsi e ricorsi storici non smettono mai di “addestrarci” alla vita.

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di Rosa Vetrone
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