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INTERCITYplus in scena alla Fondazione Pietà de' Turchini


INTERCITYplus in scena alla Fondazione Pietà de' Turchini
17/05/2011, 09:05

Quest’anno si celebra il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Eppure l’Italia non sembra né unita, né moderna. Lo spettacolo INTERCITYPlus mette in scena una storia tanto contemporanea quanto antica: la questione dell’emigrazione.

Salvatore, giovane ragazzo meridionale, compie il lungo viaggio da sud verso nord alla ricerca di una vita più dignitosa. Un viaggio di 14 stazioni come le stazione che Cristo compie nel suo calvario. Accompagnato dalla madre Maria, dalla fidanzata Maddalena e dal cugino Giovanni, arriva a destinazione “stanco-morto” per la meritata resurrezione a vita migliore.

«Un viaggio dall’esasperazione. Una fuga verso una vita migliore. Un percorso lungo 14 stazioni, come quelle percorse da Cristo nella via Crucis, che diventano 14 stazioni di un Intercity che da Napoli arriva a Treviso. Sette ore di viaggio lungo il quale si consuma la disperazione di un povero cristo meridionale. Disperazione che diventa morte e, ovviamente, resurrezione», Carmine Borrino, autore, regista e interprete dello spettacolo, introduce così il suo lavoro.




Uno spettacolo fortemente politico, a testimonianza di quanto la politica sia entrata prepotentemente e in maniera “sporca” nella vita di ciascun italiano. Condizionandone il destino, influenzando amori e umori, ostacolando la crescita di ragazzi che, se pur uomini, non riescono a maturare, e inducendo madri ad esercitare un affetto iperprotettivo nei confronti di figli sempre più precari, sia dal punto di vista sociale e lavorativo che da quello emotivo, affettivo, sessuale.

Un testo che racconta la fragilità economica, sociale e culturale del meridione rispetto al Nord industriale e operoso: «Migliaia di persone l’anno si trasferiscono ancora da sud verso nord, un’emigrazione che non si è mai arrestata. Tutti si mettono in viaggio verso una vita più dignitosa, attraversando l’Italia tentano l’ultima carta sperando di ottenere, lavorando, ciò che fa di un uomo un Uomo».

Al pubblico, che si riconoscerà nei personaggi messi in scena perché estrapolati dalla quotidianità, non resterà altro che lasciarsi andare a quella sensazione di “riso amaro” tipica della dialettica partenopea: la tendenza a lamentarsi, ma anche la propensione a nutrire speranza e fiducia nel futuro.


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di Redazione
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