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Parla il popolare attore dopo il successo del suo show

Intervista a Gino Rivieccio protagonista di "Quanno ce vò ce vò"


Intervista a Gino Rivieccio protagonista di 'Quanno ce vò ce vò'
14/05/2009, 17:05

Grande successo per “Quanno ce vò ce vò”, lo spettacolo presentato in anteprima al Teatro Festival Italia, nella scorsa estate, che Gino Rivieccio, autore insieme con Gustavo Verde ha appena riproposto al Teatro Augusteo. Nelle vesti del “one man show” e diretto da Giancarlo Drillo, il popolare artista ha riportato tra il pubblico quel genere a lui tanto congeniale fatto di satira, canzoni, imitazioni ed irresistibili monologhi. Ripercorrendo i suoi trent’anni di carriera e ricordando il suo esordio, il beniamino del pubblico napoletano nel nuovo lavoro rivive l’ emozionante epopea artistica ed al tempo stesso, grazie all’apporto di una grande orchestra come la Minale Band, si cimenta in quel tanto amato canto spaziando dalla canzone degli anni Settanta a quella classica napoletana, viaggiando libero tra il night club ed il cabaret. Riportando in auge  i personaggi più popolari del suo repertorio, Rivieccio al pubblico riserva la sua interminabile serie di aggiornatissime gag senza risparmiare i più scottanti temi inerenti la società, la politica, il costume ed il malcostume della nostra città in perenne emergenza ed in costante attesa di qualcosa o qualcuno per riorganizzarsi.

Uno spettacolo in continua evoluzione il suo che dopo l’anteprima per il Teatro Festival Italia per questa nuova versione risulta radicalmente trasformato?

“Rispetto alla prima edizione più italianizzata perchè nata in funzione di un Festival nazionale e della registrazione per Rai due che manderà in onda lo spettacolo quest’estate per “Palco e Retropalco, il lavoro ha un’impalcatura ancora più napoletana. Anche se l’impianto è rimasto lo stesso la nuova versione di ‘Quanno ce vò ce vò’  è tutta per i napoletani e su i napoletani. L’ho dedicata alla storia  ed alla cultura della nostra città alla luce dei miei cinquantuno anni di vita e trenta di carriera”.

Come descriverebbe in sintesi questo suo nuovo lavoro? 

“Come una fotografia della nostra città che considerato il momento difficile e di immobilità è in bianco e nero ma che grazie ad un raggio di sole fatto di speranza, ottimismo e forza di reazione, può anche diventare a colori. Oggi le cose non vanno bene ed il comico deve prendere atto di questa situazione salvando ciò che si deve salvare con sguardo satirico ma senza perdere di vista la speranza. Se oggi Napoli si sottoponesse ad un esame del sangue i risultati rivelerebbero un tasso altissimo di delinquenza, inquinamento e disoccupazione e soltanto delle tracce di Comune, Provincia e Regione”.

Cosa occorre fare secondo lei per sottrarsi a questo stato di cose?    

“Bisogna incitare ad un rinnovamento auspicando nuove idee per ribellarsi al “Fujtevenne” di Eduardo ed a trasformare la sua “Ha da passà ‘a nuttata” in quel mattino che è dietro l’angolo. Se non ci si rimbocca le maniche e si aspetta solo Roma, non andremo mai avanti”.

Cosa anima il suo spettacolo?

“ Il ricordo del mio esordio di trent’anni fa con la mia inseparabile chitarra, l’ironia e quel buon gusto che c’è sempre nei miei spettacoli e che mi ha fatto meritare l’appellativo di comico della parola e non della mala parola”.

In trent’anni cos’è cambiato nel pubblico della città?

“Il nostro pubblico si è più napoletanizzato. Secondo i dati preferisce sempre più gli spettacoli napoletani ed è in sintonia solo con una comicità nostrana. Ecco perché i colleghi delle altre città a Napoli non hanno molto successo. Ciò, secondo me, non è un bene perché si rischia di rinchiudersi nella propria regione senza apprezzare tutto quanto c’è di valido nel resto d’Italia. Anche secondo la Siae i napoletani prediligono i  propri prodotti ma è negativo che non si guardi oltre la finestra”.

Ripercorrendo la sua carriera cosa non rifarebbe?     

“Gli errori dettati dall’inesperienza. Prima non contavo mai fino a dieci, oggi conto fino a otto. Tuttavia sono sereno perché credo di aver sempre colto al volo le occasioni come quando a ventotto anni mi ritrovai in Tv. Oggi sono contento perché dopo trent’anni, nonostante le mode cambiano come i pannolini, sono ancora qui. Ma i bilanci si fanno alla fine e solo in ultimo si potrà capire se si poteva vincere lo scudetto o bisognava accontentarsi della zona Uefa”.

Oggi per essere popolari in teatro occorre aver fatto cinema e televisione perché lei riesce sempre ad essere sulla cresta dell’onda senza fare nessuna delle due cose?  

“ Perché, forse, sono un poco bravo! Oggi è la bravura che ti fa stare in prima linea e sbagliano quei gestori teatrali che vogliono a tutti i costi i tronisti in palcoscenico. Si lasciano condizionare ed alla fine i risultati sono deludenti. Se domani Corona decidesse di fare teatro, farebbero a gara per accaparrarsi il suo spettacolo ma, sicuramente, il tutto si rivelerebbe un fallimento. Non esiste più la linea di demarcazione tra la qualità e lo share così i teatri si trasformano sempre più in supermercati che in Italia in questo momento sono in deciso aumento”.

Cosa c’è nel suo futuro artistico?

“ Il ritorno al teatro recitato con la commedia ‘Sali e t’abacchi’  che debutterà a fine ottobre in un grande teatro a Napoli. Dopo il ruolo del one man show la recitazione mi rilassa ed il ritornare alla prosa, sia pure brillante, mi fa bene”.

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di Giuseppe Giorgio
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