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L'attualità dei miti greci

Kairòs e Kronos: un tempo per l'Anima e un tempo per l'Uomo


Kairòs e Kronos: un tempo per l'Anima e un tempo per l'Uomo
17/05/2010, 11:05

Quante volte rincorriamo il tempo, nell’affanno di poter concentrare il tutto in poco tempo. Spesso siamo fuori tempo massimo e viviamo in un tempo nostalgico e amaro. Ci sono due Tempi che possiamo cogliere o subire. Kairòs e Kronos: l’eterno dualismo.
Kairòs, ultimo figlio di Zeus, nella mitologia greca era rappresentato da un giovanetto con le ali ai piedi; con un ciuffo di capelli sulla fronte e la nuca rasata: a figurare la difficoltà ad afferrarlo. Rappresenta l’Occasione, cioè il momento opportuno.
Il tema è da intendersi secondo il suo significato escatologico e filosofico. In particolare, secondo la concezione filosofica di Antistene e della scuola dei Cinici, il Kairòs esprimeva l’ideale di una condotta di vita che, attraverso l’impegno costante, portava al distacco dalle meschinità.
Kronos, invece, secondo una leggenda, è il più giovane dei Titani, figlio di Urano e di Gea. Si narra che evirò il padre - che teneva prigionieri i figli per paura di perdere la signoria dell’universo – e si sostituì a lui nel dominio del mondo.
Kronos, per timore di essere detronizzato da un figlio, come aveva predetto la madre, divorò la sua prole appena nata, avuta dal matrimonio con Rea.  Così inghiottì uno dopo l’altro Estia, Demetra, Era, Ade e Poseidone. Non riuscì a ingoiare Zeus, il sesto figlio, giacché Rea ebbe l’astuzia di darlo alla luce segretamente in una grotta del Monte Ida, a Creta, e di sostituirlo con una pietra avvolta in fasce (l’Abadìr) che Kronos – debole di vista – trangugiò senza sospettare nulla.
Divenuto adulto, con l’aiuto dell’Oceànide Métide, Zeus fece bere al padre una bevanda che lo costrinse a rigettare i cinque figli ingozzati e l’Abadìr.
Scoppiò allora una terribile guerra fra i sei fratelli da una parte e i Titani (con alla testa Kronos) dall’altra; tuttavia dopo dieci anni, grazie anche al valido contributo degli esseri che il vecchio sovrano teneva incatenati, la Titanomachia si concluse con la netta vittoria di Zeus e dei suoi alleati, che imprigionarono gli avversari nel Tàrtaro, sotto la sorveglianza degli Ecatonchiri.
Al di là della mitologia greca si coglie la necessità di passare da un’era arcaica, in cui la divinità era rappresentata da un principio elementare, il Cielo stellato, Urano, ad un’era intermedia, che matura la consapevolezza psicologica di Kronos, principio sostanziale, ad un’altra era ancora in cui Zeus non è più riconducibile a nessun principio singolo. Per i suoi innumerevoli vizi è più simile all’Uomo.
Il Cielo, il Tempo, Zeus sono i tre elementi presenti nella vita terrena.
 
Il Tempo uccide il Cielo e le sue gocce cadono nell’Oceano (fratello di Zeus) e, generata dalla spuma delle onde, nasce Afrodite. L’amore sensuale, la pulsione sessuale nasce da un gesto di odio e di potere del Tempo. Dal Cielo ucciso dal Tempo nasce la Bellezza che rapisce gli esseri umani, esteti fragili figli di Afrodite e Adone.
 
Zeus uccide il Tempo. Ma il Cielo resta a guardare il Tempo che passa. Il Tempo divora i suoi figli, gli dei, gli attimi, ma non conquista il potere assoluto. Passa inesorabilmente come la vita che sfugge improvvisamente. C’è qualcosa di atrocemente bello e irripetibile nella mitologia Greca. Anche a migliaia di anni di distanza.

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di Rossella Saluzzo
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