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All'Acacia il Pansini porta in scena "La camorra sono io"

La camorra in teatro secondo Roberto Russo


La camorra in teatro secondo Roberto Russo
19/05/2009, 13:05

Un De profundis per una città alla deriva, un dramma grottesco e raggelante, un cabaret mortale dove tra una risata ed una canzone ad imporsi è un testo capace di profanare tutti i luoghi comuni sociali ed oleografici sulla Napoli di oggi. Potrebbe essere questa la sintesi de “La camorra sono io” il lavoro teatrale di Roberto Russo che - come afferma lo stesso autore - “avanza la terribile ipotesi di una terra popolata da una comunità di zombi”. Simile ad una scatola cinese e dal doppio finale a sorpresa che giunge repentino sul finire di una scrittura dura e violenta, la stesura teatrale di Russo, ora riportata in scena al Teatro Acacia dai ragazzi del Liceo Pansini al Vomero per la rassegna “La scuola in palcoscenico”, esula dai soliti schemi più volte utilizzati negli ultimi tempi per portare l’illegalità ed il malcostume in palcoscenico. Ne “La camorra sono io”, infatti, ad emergere deciso è un concetto davvero singolare che, nello sconvolgere i canoni di una società cieca ed ottusa, sancisce addirittura che a Napoli il rispetto delle regole porta irrimediabilmente all’essere “fésso”. Celato dietro la parvenza di una commedia musicale con tanto di canzoni inneggianti ora alla corrente neomelodica napoletana ora al genere statunitense del rap ed utilizzando i meccanismi tipici del teatro leggero, il lavoro di Russo, si manifesta subito come uno dei più spietati scritti sulla nostra città sostenendo per la prima volta la totale assenza di distinzione tra vittima e carnefice. Affrontando in maniera del tutto originale il tema della criminalità organizzata, il nuovo testo di Russo affronta il complesso problema ponendo al centro della questione non la solita camorra intesa come unico capro espiatorio ma quella società altrettanto colpevole ed erroneamente definita civile e perbene. Ad essere condannata senza possibilità di appello ne “La camorra sono io” è la cultura napoletana, la stessa che, continuando ad esaltare il ruolo dei Pulcinella, dei poveri prodighi di espedienti, dei furbi e dei tanti Razzullo e Sarchiapone modello ventunesimo secolo, non fa altro che ribadire quanto a Napoli la norma e l’ordinamento civile siano considerati soltanto un ostacolo. “Nell’affrontare i cosiddetti intellettuali che sguazzano nella nostra realtà - afferma l’autore Russo- occorre avere il coraggio di dire certe cose. Dobbiamo fare capire che insistendo sull’esaltazione della figura del guappo, inteso come personaggio di successo, buono ed a tratti tutore dell’ordine e della giustizia popolare, così come fatto da Ferdinando Russo nel secolo scorso, si diffonde un concetto sbagliato considerato che, il guappo stesso, è in ogni caso un soggetto prepotente che impone la propria legge di strada con la violenza morale e materiale. Senza contare che, con l’esaltazione della furbizia e non dell’intelligenza, vengono a crearsi quelle inesistenti ed ataviche superiorità oleografiche dell’individuo capaci di trasformare l’homo sapiens in homo neapolitanus”. Culminando nel racconto di un agguato di camorra che anticiperà di poco il colpo di scena finale, il testo di Russo toccando il teatro tradizionale ricco di quel manierismo scarpettiano alla “Miseria e Nobiltà” ed ancora, riferendosi alla Napoli di Eduardo ed a quella cinematografica di Mario Merola, resta perennemente in bilico tra la filosofia e la follia inducendo lo spettatore, coinvolto in una sorta di reality show travestito da varietà, dapprima a ridere a crepapelle e poi a terrorizzarsi una volta scoperto che stava soltanto ridendo di sé stesso. Privati del nome, ridotti a maschere bianche dalle nere labbra, i personaggi che si aggirano inquieti e disperati nell’opera teatrale di Russo, rappresentano, singolarmente, uno standard prelevato da una Napoli malata e corrotta. Portati sulla scena senza una connotazione psicologica individuale e chiamati semplicemente “primo boss”, “secondo boss”, “donna del primo boss”, “borghese” e così via, i protagonisti de “La camorra sono io” si completano con il “presentatore”, un essere spaccato in due, per metà donna e per metà uomo, che sembra simboleggiare la divisione tra il sacro ed il profano e la profonda spaccatura della città. Puntando su diversi registri lessicali come quelli appartenenti ad una Napoli da strada satura di slang, ora delle zone più popolari, ora del Vomero ed ancora, ad una Napoli borghese, fino a giungere all’evocazione di arcaici linguaggi tipici di una città sicuramente più antica, Russo esprime tutto il suo disappunto per una terra lacerata ed a memoria d’uomo unita soltanto durante le “Quattro giornate”. Partendo dal passato più remoto, nella sua analisi sociologica, l’autore giunge all’immagine di una Napoli attuale dove ancora una volta ritrova un popolo che è stato sempre e soltanto plebe tanto che, quando sul finale del lavoro l’urlo angosciato del personaggio della “donna” squarcia la scena, la sua disperazione sembra accomunarsi a quella storica di Bernardina, la moglie del povero ribelle Masaniello, dinanzi al cadavere del marito appena assassinato dai suoi stessi compagni di lotta. L’eterno conflitto, la battaglia sanguinolenta per il potere, il tradimento, la corruzione e soprattutto la morte civile prima che fisica, nella commedia-libro di Russo sono elementi inscindibili che, risalendo il fronte di una Napoli eternamente dominata e maltrattata, finiscono con il sancire la condanna di una città da sempre avvezza alle violenze ed alle ingiustizie al punto da accettarle ed assimilarle come parte integrante della propria identità culturale e sociale. Osservando ed analizzando il problema della camorra e catalogandolo coraggiosamente come fatto congenito dell’essere napoletano, l’autore Roberto Russo, evitando di ribadire gli usurati concetti che definiscono il fenomeno come causa di annientamento morale ed ancora come male da esorcizzare, ne “La camorra sono io” punta deciso l’indice su di una Napoli dalla diffusa illegalità affermando che “quanto viviamo, consapevolmente o meno, volontariamente o meno, è ciò che tutti noi abbiamo contribuito a creare”. Continuando, nell’analisi degli schemi teatrali tracciati dalla penna di Russo, tesi altresì a dimostrare come la tanto vantata scaltrezza partenopea spesso si muta unicamente in mancanza di rispetto dell’altro, occorre subito dire che lo stesso pare risentire dell’influenza tipica dell’ espressionismo. Ripercorrendo per brevi tratti i percorsi segnati dai seguaci di Büchner, Strindberg e Wedekind, l’autore eleva una critica feroce nei riguardi delle strutture sociali borghesi isolando i suoi personaggi e lasciandoli sospesi in un clima irreale per accentuarne l’aspetto simbolico. Convinto del disfacimento totale dell’individualità personale operato dalla società moderna, Russo sembra privare le sue cruenti creature dello sviluppo psicologico nel corso dell’azione rappresentata. Ancora, mettendo a confronto la realtà con la finzione ed accennando alle caratteristiche dei personaggi pirandelliani, l’autore lascia che gli stessi, vittime e carnefici al tempo stesso di una società corrotta e priva di scrupoli, sviluppino un’analisi esistenziale e filosofica della feroce realtà e della loro condizione umana. Cercando di trovare una spiegazione logica per la loro vita, pur consapevoli della difficoltà dell’impresa, i tipi forgiati da Russo continuano a dimenarsi in un mondo senza senso privato fino all’assurdo dei valori fondamentali. Ed è proprio a questo punto che l’atto di accusa stilato dall’autore diventa pesante al punto da gettare una lunga ombra sulla cosiddetta società civile di una terra da troppo tempo abituata a patire la delinquenza fino a farne un fatto genetico capace di modificare il comportamento della specie. Così, evocando le teorie dell’inventore dell’antropologia criminale Cesare Lombroso impegnato a dimostrare come le condotte atipiche del delinquente o del genio sono condizionate, oltre che da fattori ambientali socioeconomici, da componenti indipendenti dalla volontà, come l’ereditarietà che diminuiscono la responsabilità del criminale, i napoletani, osservata la realtà, potrebbero essere tutti definiti come dei “delinquenti nati”. E qui la raccapricciante morale del testo che si fa commedia entra repentina nella mente di quanti, comodamente seduti in poltrona, mostrando interesse e sconforto per quanto visto sulla scena, nascondono i personali comportamenti dietro le apparenze e le convenzioni di una società allo sfascio. Tragicomica e brillante, drammatica e musicale, “La camorra sono io”, in teatro come tra le pagine del testo, sembra offrire una lucida e sconcertante visione di un sistema, sia pure non precisamente definibile, in grado di imprigionare e modellare le anime di un popolo che, oggi come ieri, continua a nascondere le lacrime dietro le risate così come lo scontento dietro la rassegnazione e continua a professarsi, quasi con un sottile compiacimento interiore, martire designato di oscuri ed immutabili meccanismi ed ancora, vittima di dominatori, politici, potenti e delinquenti da sempre alle prese con i fili, strettamente serrati tra le mani, di un esercito di burattini senza nome, proprio come i personaggi di Russo.

 

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di Giuseppe Giorgio
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