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L'interpretazione di un sogno particolare.

"La casa dei sogni" da Freud a Jung


'La casa dei sogni' da Freud a Jung
15/07/2010, 10:07

Sigmund Freud affermava che i sogni sono la sceneggiatura di un desiderio infantile represso. Il noto psicanalista visse nel periodo in cui si rivestivano, per esempio, le gambe lisce dei pianoforti con delle gonnelline, per non far nascere cattivi pensieri.
I desideri, derivanti dall’istinto, sono di natura sessuale ed erano inaccettabili per la morale corrente. Vengono rimossi dalla coscienza, ma continuano ad operare nell’inconscio finché un sogno non li riattiva, mascherandoli sotto dei simboli.
La teoria di Freud è che aiutando un paziente a decifrare i simboli dei propri sogni si potessero far emergere le cause di un malessere psichico avviando, così,  un processo di guarigione. Di lì a poco si fa strada la teoria di interpretazione dei sogni di un suo discepolo zurighese Carl Gustav Jung. Questi convinto, che sognando, possiamo allargare la visione che la sola coscienza ci offre di noi stessi (Io) e dei nostri bisogni alla visione più ampia e autentica che ne ha tutta la psiche. L’Io rispetto ai sogni è in una posizione simile a quella di un soldato semplice durante la guerra, rispetto al quartier generale. Il soldato vede il nemico retrocedere e il quartier generale gli invia il comando di una ritirata. Al soldato, tale decisione, può sembrare un ordine sbagliato. Ma, il quartier generale è, evidentemente, a conoscenza di fatti che il milite ignora. Egli non può, con i suoi strumenti, accorgersi che, dietro lo schieramento nemico in ritirata, è in atto una formidabile attività di riorganizzazione.
Così l’inconscio sa, per esempio, che dietro la soddisfazione cosciente per un successo nella carriera, può esserci la perdita di qualcosa di ugualmente importante per il nostro equilibrio. Ecco allora che scatta un incubo o un brutto sogno. Questo corrisponderebbe, in base alla teoria, all’ordine di ritirata del quartier generale.
Per capirne il senso, è necessario imparare il codice, che non è unico. Un sogno ricorrente per molti è ripercorre l’archivio segreto della memoria. Soprattutto nel periodo più bello o più triste della vita. Sognare la casa, per esempio, rappresenta lo stretto legame con la psiche. Emerge, sovente, dal fatto che nel sogno capita frequentemente di ritrovarsi a vivere nell’ambiente domestico dell’infanzia o in un’abitazione dove non si vive più da tempo. In realtà, la psiche registra e assimila le esperienze in modi e tempi diversi da quelli della vita di veglia. Vivere in una casa per 38 anni e poi doverla lasciare, traccia nella mente un solco indelebile che affiora di giorno come di notte. Di giorno il pensiero della grande e luminosa casa, ormai dimessa, emerge per un istante. Il pensiero, però, si affretta a seguire l’incalzante presente. Di notte, di contro, i pensieri non si controllano e attraverso i sogni o gli incubi rasserenano o turbano l’individuo.
Pochi giorni dopo il trasloco, più di un anno fa, la casa dove ero vissuta per ben 38 anni, fin dalla nascita, mi appariva nei sogni così come l’avevo vista l’ultima volta, nel preciso istante in cui l’avevo lasciata. Ora si presentava svuotata, ferita, violentata. Molti estranei erano entrati nel mio nascondiglio. Avevano toccato i miei oggetti personali, quelle maniglie di ottone che mi permettevano di entrare nelle ampie stanze dai soffitti a volta e dalle pareti spesse. Quegli stessi estranei avevano distrutto quei mobili appartenuti al mio passato lontano e a quello recente; avevano saccheggiato i miei ricordi, portandosi via un po’ di me stessa. Non mi piaceva più quella casa, non la riconoscevo più. Era divenuta spoglia, fredda, disumana.
A distanza di 17 mesi, questa notte l’ho sognata! Ecco, sono davanti alla villa che mi ha visto crescere e scorrazzare nel fitto bosco. Sono cresciuta, sono diventata una donna adulta e mi ritrovo con le mie vicine di casa che, come me, lasciarono la loro dimora di campagna. Vivevano, in questo sogno, di nuovo lì, da poco tempo credo. Non volevano più pagare l’affitto, mi han detto. Non valeva la pena pagare per una casa piccola, allocata in un mini condominio che, per di più, non amavano. Mi incoraggiano a prendere possesso della mia vecchia casa. Entro all’interno e la ritrovo luminosa più del solito. Era notte. Le luci del lampadario del salotto e un televisore erano accese. Entro con le chiavi che non ho più e rivedo il pavimento dell’ingresso. Era quadrato, il grigio e il rosso vinaccia rivelano motivi geometrici che non riesco a descrivere. Mi appaiono sfuocati. La stanza era scarna, non ricordo niente, forse per la passione o forse per il timore di violare una proprietà che non mi appartenesse più. Non focalizzo l’attenzione sui particolari. Entro nel salotto: il mio sguardo è basso e la bocca sorride nel guardare quel vecchio pavimento esagonale. Nella realtà, purtroppo è mal ridotto. Nel sogno è tutto straordinariamente nuovo. Quel pavimento lo ricordo bene. In quella stanza trascorrevo la maggior parte del mio tempo libero. Ascoltavo la musica, guardavo i programmi televisivi, scrivevo al computer, leggevo sul divano e ballavo alle innumerevoli feste organizzate da me e da mia madre. Alzo, poi, lo sguardo e noto il grande lampadario a gocce, tutto illuminato. Mi sorprende questa cosa. Seppure nel sogno, sembra che la coscienza prevalga sull’inconscio: ricordo che l’energia elettrica era stata staccata dopo il trasloco. Mi chiedo come in quella casa, vi fosse ancora luce. Provo a spegnere quelle luci, ma l’interruttore non si abbassa. E’ un interruttore rotondo di porcellana, posto sul lato sinistro della porta vetrina dell’ingresso. Un deviatore che non vedevo dagli anni ’80. Supero, quindi, il salotto e vado in camera da letto. Apro finalmente il balcone e mi affaccio sulla strada Nazionale, che oggi è rumorosa e congestionata dal traffico. Nel sogno questa arteria appare silenziosa. L’assordante rumore dei mezzi stradali è attutito, come se fosse ovattato. Le luci accese del lampione accanto al balcone mi apportano serenità. In quella casa è tornata di nuovo la vita. Chiudo l’imposta e attraverso le stanze, una dentro l’atra, vado a chiudere la porta d’ingresso. Sento la voce o la presenza della mia vicina di casa. Mi sta rassicurando che posso vivere di nuovo a casa mia. Il custode del palazzo, come se fosse cosa lecita, non ne riferirà ai proprietari la presenza. Ai nuovi proprietari, forse, non interessa sapere che qui ci abitiamo. Parlo con mia madre, ma non fisicamente, né con l’aiuto di un telefono. Con una sorta di trasmissione del pensiero la informo che può ritornare nella villa. Mentre parlo con lei vedo una sua immagine. La figura di mia madre, è di una donna giovane. La rivedo simile ad una foto che la ritrae venticinquenne abbronzata, con i capelli ramati e voluminosi, un lucidalabbra color bronzo. Ricordo, nei dettagli, che indossava un top rosa, i pantaloncini di raso blu con il bordino bianco. Vado nel ripostiglio, passando per la cucina, e ritrovo delle valigie che avevo dimenticato esattamente in quel posto. Ritorno nel salotto. Ci passo velocemente ed entro nella camera da letto. Poi scorgo da lontano la mia cameretta che un tempo era stata la camera da pranzo. Noto un parato scollato; poi faccio un passo indietro e ritorno in camera da letto. Stranamente non c’è l’armadio, né una sedia, né un comò. Del resto nelle altre stanze non ci sono né tavoli, né sedie, né divani e nemmeno gli specchi. La casa non appariva invitante. Mi adagio, però, sul letto a due piazze, sono ancora vestita. Accanto al letto c’è un vecchio comodino di molti anni fa. Una vecchia lampada dal vetro opaco, che non avevo visto dagli anni in cui in quella casa ci vivevano i miei nonni, adesso è lì.
Non appena chiudo gli occhi per dormire, tutte le luci, il lampadario del salotto e dell’abat – jour sul comodino della camera da letto si spengono. Perché mi chiedo? Il padre della psicanalisi e il suo allievo Jung, come spiegherebbero questa fase finale del mio sogno?
 
 
 

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di Rossella Saluzzo
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