Cultura e tempo libero / Cultura

Commenta Stampa

La donazione di Mario Cresci al MARCA di Catanzaro


La donazione di Mario Cresci al MARCA di Catanzaro
05/04/2011, 12:04

Martedì 5 aprile 2011 alle ore 18, nelle sale del MARCA, viene annunciata l'importante donazione che Mario Cresci ha voluto elargire al museo catanzarese. Ad entrare nella collezione permanente è la serie fotografica Ritratti reali, Tricarico del 1970-72 una delle testimonianze più significative proposte nell'ambito della mostra Community. La ritualità collettiva prima e dopo il web che dopo tre mesi di successo di pubblico e di critica si conclude proprio con questo evento.

"Desidero esprimere il mio più sincero ringraziamento a Mario Cresci per questo gesto così generoso e così significativo.", afferma Wanda Ferro Presidente della Provincia di Catanzaro. "Il fatto che uno dei maestri più importanti della fotografia italiana abbia voluto lasciare una testimonianza fondamentale della sua esperienza artistica è per noi motivo di orgoglio e sta a dimostrare il prestigio raggiunto dal MARCA."

Anche il direttore artistico del MARCA Alberto Fiz desidera sottolineare il significato della donazione "un gesto fondamentale anche a livello simbolico che conferma la fiducia di un grande artista per la nostra istituzione e il valore scientifico e culturale della nostra progettualità."

Ritratti reali, Tricarico rappresenta il punto d'arrivo di un complesso progetto etnografico e antropologico dove Cresci approfondisce la realtà di alcuni paesi della Basilicata. Un lavoro fotografico che favorisce l'interazione di Cresci con il territorio, facendo riferimento a quegli elementi culturali che ne hanno determinato l'aspetto identitario. Le immagini mostrano una comunità familiare composta da due o più individui la cui origine è certificata dalla raccolta fotografica di famiglia che viene mostrata con orgoglio in quanto rappresentativa dell'unica ricchezza posseduta e del forte legame con il passato tipico del sentire comune. L'artista si avvicina mediante tre scatti progressivi a ciò che di più caro queste persone conservano, le vecchie fotografie dei loro avi che in tal modo acquistano una nuova vitalità, arricchendosi di significati fino a quel momento rimasti latenti.

"I Ritratti reali hanno un significato particolare nel mio lavoro e ricordo che il titolo nacque in un periodo in cui Franco Vaccari attribuì alle sue esposizioni la definizione di "tempo reale" e in particolare a quella leggendaria della Biennale di Venezia del 1972. I Ritratti reali sono, in parte, la conseguenza di un clima concettuale a cui mi ero avvicinato già nell'installazione del 1969 e nelle precedenti serie come Rotazione, traslazione, inclinazione e avvicinamento del segno, Deformazione del quadrato e Geometria non euclidea", ricorda Cresci.

Un'indagine sperimentale, dunque, che stravolge l'uso della fotografia facendone uno strumento di riflessione sociale dove l'artista imprime il suo sguardo soggettivo sulla realtà che lo circonda.

Da quest'opera prende spunto l'incontro dal titolo Volti d'Italia. Una storia lunga 150 anni dove la ricorrenza legata all'Unità d'Italia diventa l'occasione per svolgere un'analisi inedita sui differenti aspetti dell'Italia. I volti non sono quelli delle persone ma di una nazione dalle diverse anime che si esprime attraverso un coacervo complesso di culture destinate a trovare una loro unitarietà.

Del resto, la ricerca di Cresci ha la capacità di andare oltre l'epidermide insunandosi tra le tracce lasciate dalla storia così come dall'arte. I suoi progetti fotografici si differenziano rispetto a quelli di altri autori per uno sguardo interno alle cose, con lo scopo di vedere non la forma esterna del mondo, quanto piuttosto quella interna. "Mi ha sempre interessato ciò che non si vede facilmente perché non esistono limiti di scelta e puoi rendere visibile il minimum della realtà", afferma.

L'artista non si interessa al paesaggio né privilegia una visione prevalentemente urbana: lui entra nei musei, esplora le loro collezioni, fa emergere dal passato i volti di un'Italia dimenticata che necessita di essere riletta in chiave contemporanea. Nasce così l'opportunità di sviluppare nuovi progetti, che gli permettono di utilizzare contemporaneamente più esperienze linguistiche, non solo la fotografia. Anzi, forse fotografia come recita il titolo della sua recente personale proposta alla Pinacoteca Nazionale di Bologna.

Mario Cresci nasce a Chiavari nel 1942. Nel 1969 realizza la prima installazione fotografica in Europa alla Galleria Il Diaframma di Milano esponendo, nel rapporto tra produzione e consumo, un migliaio di cilindri trasparenti contenenti altrettante fotografie anch'esse trasparenti. Nel 1968 e nel 1969, tra Roma e Parigi, collabora con la Galleria l'Attico ed entra in contatto con Pascali, Mattiacci, Patella e Kounellis, realizzando una serie di performance urbane con due nastri fotografici di contenuto sociale e aderenti all'idea del teatro di strada. Nel 1974 alcune sue fotografie sono acquisite dal MoMA di New York. Nel 1993 espone alla Biennale di Venezia alla mostra Muri di carta, fotografia e paesaggio dopo le avanguardie, a cura di Arturo Carlo Quintavalle. Ancora a Venezia alla Biennale di Architettura nel 2000 e nel 2001 a Barcellona. Nel 2004 si svolge alla Galleria d'arte Moderna e Contemporanea di Torino la sua prima mostra antologica, Le case della Fotografia, 1966-2003, a cura di Pier Giovanni Castagnoli. E' docente di fotografia all'Accademia di Brera di Milano. Nel 2009 ha curato per il Sole 24 Ore Cultura, il volume Future Images, un'ampia ricerca sui giovani artisti che a livello internazionale operano con la fotografia. Nel 2010 la Pinacoteca Nazionale di Bologna lo ha celebrato con la mostra Forse fotografia-Attraverso l'arte.

Commenta Stampa
di Redazione
Riproduzione riservata ©