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Uno studio del professore Raffaele Ortensia

La storia del presepe


La storia del presepe
29/12/2010, 15:12

Il termine Presepe (da prae e saepes “chiudere con una siepe e per estensione recinto, stalla) viene usato per la prima volta per indicare la Basilica mariana sull’Esquilino chiamata fin dal VI secolo Sancta Maria ad Presepe oggi Santa Maria Maggiore.
Il culto del presepe è antichissimo. Fiorì in Oriente, nel III secolo d. C. sotto forma di pellegrinaggio verso una grotta palestinese, ritenuta erroneamente il luogo nativo di Gesù.
Nel 748 dalla fondazione di Roma Maria e Giuseppe si recarono a Betlemme, un piccolo borgo a pochi chilometri da Gerusalemme, per farsi censire a seguito di un editto di Cesare Augusto. La data del 25 dicembre fu scelta in quanto in quel giorno cadevano numerose feste pagane: in Egitto la nascita del Dio solare Horus; in Grecia la nascita del Dio Dionisio; in Scandinavia la nascita del Dio Frey; a Roma la festa del Dio Saturno. Il 25 dicembre ricade anche la nascita del Dio Mitra (Sole invincibile) inviato dal dio supremo per sconfiggere il male.
Della nascita di Gesù parlano con dovizia di particolari sia i Vangeli Apocrifi, sia il Protovangelo di Giacomo e di Matteo. Molti dubbi restano sulle figure dei Rei Magi, meno sul significato dei doni. L’oro è il riconoscimento della regalità; l’incenso rappresenta la divinità di Cristo; la mirra è la sostanza vegetale usata nei processi di mummificazione e indica il valore salvifico del figlio di Dio., Gasparre rappresenta la giovinezza (15 anni), Baldassare la maturità (30 anni) e Melchiorre la vecchiaia (60 anni).
I primi presepi compaiono nelle pitture catacombali e sui sarcofaghi. Il bue e l’asinello non trovano alcun riferimento nei testi canonici, però, nel presepe hanno un significato simbolico. Il bue viene visto come il simbolo dell’umiltà, l’asino come il simbolo della costanza. In essi qualcuno ha ravvisato due divinità egizie: Osiris e Seth. Nelle antiche tradizioni religiose, è consuetudine la presenza di animali accanto ai grandi personaggi. Per Zarathustra, nel momento della nascita, era accanto ad una, mentre vicino a Buddha compaiono il toro, il cavallo e l’asino.
Tra i primi presepi di cui abbiamo notizia il professore Raffaele Ortensia segnala il presepe in Santa Maria Maggiore – presepe in marmo realizzato da Arnolfo di Cambio e in Santa Maria in Trastevere in Roma.
Tuttavia si ha notizia anche di un presepe nella Basilica vaticana voluto da Papa Giovanni VII e pi demolito durante la ricostruzione di San Pietro. Nel 1223 a Greggio San Francesco rinnovò il mistero della nascita di Gesù. Tuttavia San Francesco non può essere considerato l’inventore in senso stretto del presepe in quanto nel suo presepe mancano i personaggi, o meglio i personaggi vengono interpretati da uomini e donne, solo la mangiatoia viene lasciata vuota.
Il presepe si afferma prima nelle chiese e poi nelle case patrizie. Un impulso alla diffusione del presepe viene dalla Compagnia di Gesù utilizzato per contrastare il Protestantesimo, siamo nel periodo del Concilio di Trento –il Papa era Adriano IV – conclusosi nel 1563. La riforma osteggia il presepe come espressione del paganesimo della chiesa cattolica e contrappone ad esso l’albero di Natale.
La nascita del presepe plastico viene attribuita per tradizione a San Gaetano da Tiene che a Napoli nel 1534 realizzò il primo presepe in cui comparivano vari personaggi accessori. Nel ‘600 si creano, nell’allestimento del presepe, scene secondarie spesso a carattere bucolico, bizzarrie e anacronismi in cui estro, fantasia e scarsa realtà storica vanno di pari passo. Con il gusto del Barocco la folta serie dei nuovi paesaggi, nei costumi di ogni giorno, disegna lo spaccato della società a cui appartiene.
Non manca l’introduzione di animali e oggetti d’uso quotidiano e si fa rilevante la presenza di elementi esotici – cortei dei Magi, odalische, servitori, suonatori, elefanti, cammelli. I presepi diventano lo specchio della cultura che li produce, rilevano il mutare del gusto e delle mode, rappresentano un documento di vita. Nel frattempo il presepe si avvia ad uscire dalle chiese per fare il proprio ingresso nelle case patrizie come arredamento di lusso, segno del raggiunto benessere economico e sociale.
Nel corso del secolo alla figure in legno – statue mobili – si sostituisce il manichino ligneo, snodabile, talora con parti in stoppa, teste, mani e gambe in terracotta, cera, legno, il tutto rivestito di abiti sontuosi. A Napoli, in particolare, il più antico presepe mobile a figure snodabili sarebbe stato allestito per il Natale del 1627 dai padri Scolopi. Da ricordare l’allestimento nel 1630 di un grande presepe nella Chiesa di Gesù Nuovo e quello nella Chiesa di Santa Maria in Portico (1647) donato dalla duchessa Orsini. Alla fine del ‘600 il presepe napoletano è dunque Arte.
Tra la fine del secolo e i primi anni del ‘700 viene introdotta una ulteriore innovazione. Nel ‘600 le statue sono imponenti anche a grandezza d’uomo, nei primi anni del ‘700 le figurine si stabilizzano tra i 35 e i 45 cm e la testa di legno viene sostituita dalla terracotta che permette una maggiore morbidezza e delicatezza dell’espressione.
Carlo III di Borbone, figlio di Filippo V e di Elisabetta Farnese, Re di Napoli dal 1743 governerà per 25 anni il regno di Napoli e Sicilia. Suo è il merito del rifiorire delle arti attraverso il mecenatismo Napoli, dopo due secoli di sudditanza spagnola, diviene ben presto una delle città più brillanti d’Europa e lo resterà fino al 1799.
Carlo III è un grande appassionato dell’arte presepiale, partecipa personalmente alla realizzazione del presepe. Per Carlo III il presepe, la cui origine era religiosa, diventa “laico”, travalica gli aspetti legati alla fede e diventa enfasi esibizionistica, sfoggio di ricchezza, segno di potenza cortigiana e ben presto il presepe diventa “una pazzia collettiva della Napoli settecentesca”.
Il Re si circonda di pittori, architetti, scenografi, scultori con cui discute, prepara il progetto senza esimersi dall’affrontare gravose spese e il presepe si arricchisce di un migliaio di figure.
La rivalità tra i fedeli delle diverse parrocchie è particolarmente accesa. Le fabbriche di San Leucio intessano preziose stoffe; fioriscono le botteghe artigiane; le suore cuciono i vestiti, gli orafi i gioielli; sellari, falegnami, ceramisti, intagliatori, costruttori di strumenti musicali lavorano interrottamente. Tra gli artisti più famosi si annoverano i fratelli Bottiglieri, Nicola Somma, Coppello o Cappelli e tra gli animalisti Domenico Vaccaro, figlio di Lorenzo.
Nel 1759 sale al trono Ferdinando IV che eredita dal padre, divenuto Re di Spagna, la passione per i pastori ed il presepe di cui cura personalmente l’allestimento nella reggia di Portici e in quella di Caserta. Si fanno apprezzare artisti quali Sammartino, Celebrano Francesco, Giuseppe Gori, Angelo Viva, Salvatore di Franco, Lorenzo Mosca, Nicola Ingaldi, Francesco di Nardo e ancora Vassallo, Gallo, Giuseppe De Luca ed altri.
Poi, nel 1799 l’occupazione francese costringe il Re Ferdinando IV a rifugiarsi a Palermo ove allestisce un presepe di circa 900 mq.
Ritornato sul torno con la caduta di Gioacchino Murat nel 1815 Ferdinando si illuse di aprire una nuova stagione di benessere. I moti del ’20 e la reazione del ’21 segnarono la definitiva rottura tra borghesia illuminata e liberale.
Quanto al presepe si continua a produrre statuine, ma la produzione in serie imbruttisce l’arte presepiale. A recuperare il valore del presepe napoletano provvede nell’800 il collezionismo già presente negli ultimi anni del ‘700, con artisti come Francesco Reale, Michele Trilocchio, Antonio Perrone, Michele Cuciniello.
Violando la realtà storica, aggiungendo al quadro della nascita del redentore particolari inediti e condensando nella propria composizione fatti e figure che nulla hanno in comune con la grotta di Betlemme, il presepe riproduce la vita popolare napoletana. Ecco allora che in un ambiente solare, tra vicoli e piazze si raggruppano comari, acquaioli, vinai e bottai, venditori di molluschi, contadinelle, pezzenti, mercanti, zingari, suonatori, fornai, osti, arrotini, calzolai, locandiere, pescatori e cacciatori.
Non manca né il senso della comicità né quello del drammatico: ci sono i miserabili, i ciechi, gli storpi, gli sciancati a cui si contrappone un mondo orientale con il suo fasto e le sue ricchezze, con le odalische, le schiave, gli arabi e gli animali esotici.
Una delle caratteristiche del presepe napoletano è rappresentata dalla profusione di accessori e di elementi gastronomici ed alimentari: maccheroni, pizze, lasagne, salsicce, uova, formaggi, verdure, pollastre, pesci di ogni tipo, frutti di mare, aranci, mandarini, cachi, castagne, fichi, limoni, carciofi.
Il paesaggio è in genere complesso. Nell’animato scenario non manca mai una gola rupestre, un ruscello, un ponticello. Numerosi sono i ruderi e le case tipiche dell’architettura rustica campana con le proprie verande, balconi, terrazze, pergolati.
Il declino dell’arte presepiale ebbe inizio a partire dal 1830. Si producono statuine a basso costo e agli artisti subentrano gli artigiani e il presepe recupera in parte quell’aspetto di spontanea espressione popolare. Solo alla fine della seconda guerra mondiale la tradizione di allestire a Natale il presepe ebbe un netto arretramento. Gli enormi alberi di Natale che gli angloamericani allestiranno negli uffici da essi occupati, incontrarono il favore dei napoletani. A Napoli, a San Gregorio Armenio e nei vicoli adiacenti il mercato dei pastori è rifiorito specialmente negli ultimi dieci, quindici anni.

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di Rossella Saluzzo
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