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I processi di costruzione dell'identità culturale infantile

La TV cattiva maestra?


La TV cattiva  maestra?
06/09/2010, 10:09

Un aspetto comune alle numerose analisi di teorici e ricercatori sul ruolo potenziale o effettivo dei mass media, e in particolare della televisione, nei processi di influenza sul pubblico infantile, è l’ampio dibattito sui loro effetti negativi o positivi. Una questione che riguarda anche il pubblico adulto, ma che nel caso dei bambini assume connotazioni più rilevanti.
Secondo la teoria critica, riconducibile al gruppo di studiosi della Scuola di Francoforte, i mass media, e più in generale, l’industria culturale, sono considerati forme di dominio nelle società altamente sviluppate. Il pubblico, pertanto, è in genere considerato subordinato ai mass media in base agli effetti che si realizzano sui livelli latenti dei messaggi. In pratica, i mass media sono portati sul banco degli imputati, accusati di determinare una progressiva omogeneizzazione culturale e una valorizzazione dell’”etica del consumo”.
Karl Popper e John Condry, nei volumi intitolati “Una patente per fare TV”, “Cattiva maestra televisione”, Donzelli, 1994 e “Ladra di tempo, serva infedele”, scritto soltanto da J. Condry, analizzano i danni sociali conseguenti ad una espansione del potere della televisione, in termini di quantità di tempo assorbito, di influenza sui comportamenti, di competizione con la famiglia e la scuola, di crescita abnorme di miti e divismi. Popper auspica l’istituzione di un organismo di formazione e controllo degli operatori nel settore della comunicazione di mass media. A questi dovrebbe essere conferita una “patente”, subordinata alla dimostrazione di una consapevolezza delle responsabilità educative, nel pieno rispetto delle potenzialità evolutive e delle differenze individuali. Secondo J. Condry, invece, “la televisione è una ladra di tempo, deruba i bambini di ore preziose e per di più è bugiarda. Per quel po’ di verità che la televisione comunica, c’è molto di falso, sia in maniera di valori che di fatti reali.
Marie Winn in “The Plug-In Drug”, Penguin, 1985, considera la televisione un “insidioso narcotico” che “oscura il mondo reale”, e i bambini sono degli “zombie” che guardano la TV in uno “stato di trance”.
“La televisione – sostiene Winn – distrugge la capacità di pensiero intelligente, ritarda lo sviluppo intellettuale, indebolisce i sensi e favorisce la pigrizia mentale e fisica”.
In una prospettiva largamente favorevole ai mass media e alla loro diffusione si inscrivono due studi pionieristici sul rapporto tra televisione e bambini: quello condotto da Hilde Himmelweit nel 1958 e quello diretto da Wilbur e Schramm, in collaborazione con Lyle e Parker, nel 1961. Secondo questi studiosi si riconosce ai bambini un ruolo attivo nelle esperienze in cui sono coinvolti, e non sono considerati contenitori vuoti in attesa di essere “riempiti” dai contenuti televisivi.
Il costruttivismo sociale e il paradigma delle rappresentazioni sociali affermano che “la televisione è un mezzo che invia immagini, parole e suoni a un pubblico che attivamente interpreta e rielabora i messaggi, ricavandone autonomamente il significato”.
Come valutare, quindi, l’impatto della comunicazione multimediale nei processi formativi del bambino di fine millennio? Come evidenzia Gianni Losito nel volume “Il potere dei media”, sia per la posizione “apocalittica” sia per quella “apologetica”, il potere dei media è sostanzialmente illimitato e il pubblico è costituito da individui che fruiscono e “subiscono” solitariamente i messaggi veicolati dai mass media. E’ necessario, quindi, trovare un punto di incontro tra le varie prospettive, considerando che ogni soggetto, anche in giovanissima età, costruisce il significato in maniera autonoma in relazione ai suoi bisogni, interessi, caratteristiche socio-culturali e personali.

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di Rossella Saluzzo
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