Cultura e tempo libero / Teatro

Commenta Stampa

Uno scenario d'epoca per un racconto contemporaneo

“La Venere dei Terremoti” di Manlio Santanelli approda a Palazzo de Liguoro

Raccontato da Roberto Azzurro, illustrato da Francesco Landi

“La Venere dei Terremoti” di Manlio Santanelli approda  a Palazzo de Liguoro
28/03/2012, 11:03

Non è certo estraneo alla drammaturgia santanelliana Roberto Azzurro che, al contrario, dopo aver abilmente incarnato molti tra i personaggi generati dalla prolifica penna dell’autore napoletano, si misura adesso in una sfida a dir poco audace. Si tratta di un lungo racconto, destinato alla pagina scritta, la cui storia, come normalmente accade nella scrittura di Manlio Santanelli, è intrisa di quegli aspetti tragicomici e grotteschi che sovente connotano la realtà, ed è ambientata a Napoli, tra le impervie e suggestive strade di una città vivace e coinvolgente, così come suggestiva e allo stesso tempo coinvolgente è la scrittura che l’autore utilizza per questo racconto. Azzurro darà voce alle iperboli linguistiche, alle mirabolanti costruzioni sintattiche dell’autore che mostra una inclinazione quasi innata al sarcasmo, all’ironia, al paradosso, che sempre finisce con lo svelare i disturbi, le minacce e le “eresie” contenute in una realtà solo apparentemente rassicurante. Già il sottotitolo, “Il cimento amoroso di Luigino Impagliazzo e Fortuna Licenziati” , lascia trapelare la forza della vis comica che sapientemente attraversa tutta la produzione santanelliana.
Un racconto di parole spericolate, di acrobazie verbali, di atmosfere reali eppure oniriche. Di immagini di donne vagheggiate, di musiche e immagini familiari e sconosciute, accorate e pericolose. Un piccolo viaggio nella suggestione del racconto come forma di comunicazione, la più antica, la più contemporanea, la più rischiosa, la più seducente. Il racconto si snoderà attraverso la parola che si fa senso e suono, e le immagini che avvolgeranno l’attore – che a tratti ci lascerà intravedere anche fisicamente il protagonista della storia che racconta, il vivace eppur malinconico Luigino Impagliazzo, interpretandone alcuni momenti salienti, – mentre vedremo proiettate intorno a lui le immagini che illustrano la storia e che ci porteranno addirittura quasi nella sua testa, nella sua immaginazione, ipotizzando il turbolento circo colorato e un po’ folle che si scatena nella psiche di un piccolo uomo innamorato di una fin troppo bella “femmina”. (Roberto Azzurro)
Ci sono innamorati felici (rari) e innamorati infelici (in soprannumero). Luigino, incolore geometra, appartiene - inutile dirlo - alla seconda categoria. Ma se è quello strabico del dio Eros a cogliere un bersaglio per un altro, va detto che anche il nostro infelice innamorato ha la sua parte di colpa. Anche i più sprovveduti in materia sanno che non è proficuo perdere la testa per la donna di un boss della malavita, per bella che sia (la donna, s’intende, e non la malavita).
E dire di Fortunata che è bella significa non avere studiato i superlativi, la donna sunnominata essendo un concentrato di tutti i migliori attributi femminili dalla testa ai piedi: un doppio Dado Star dell’avvenenza muliebre, per farla breve. E a Luigino geometra non resta che consumarsi al pari di una candela che niente e nessuno riesce a spegnere.
Finché Eros, mosso a pietà, non interviene facendo morire il boss in un regolamento di conti. Con la conseguenza che per Luigino l’inespugnabile fortezza dall’oggi al domani diventa espugnabile.
Una lussuosa camera di albergo si offre come serra per il tropicale sboccio di una fioritura così a lungo repressa. Ma lo zenit del tanto vagheggiato amplesso viene a coincidere – altro svarione di Eros – con un terremoto di notevole magnitudo, che fa guasti anche nella coppia di fresco accoppiata.
Fortunata, in possesso di una cultura piuttosto tribale, collega quel funesto accidente con l’aspetto libertino della propria condotta. E ritorna, seppure con altre motivazioni, alla sua originaria intoccabilità. A Luigino, che ha visto aprirsi e richiudersi le porte del Paradiso prima ancora di averne respirato i “paradisiaci” effluvi, non resta che trovare nella follia un tranquillo rifugio.
Questa la vicenda. Ma il testo teatrale, pur offrendo un plot alquanto succulento, punta soprattutto su una lingua che non disdegna le più spericolate trasgressioni e, pur levandosi tanto di cappello al cospetto di Madama Grammatica, si concede ogni sorta di licenza, altalenando da termini obsoleti a forme idiomatiche innovative per vocazione, a totale vantaggio di un interprete dalla tecnica impeccabile. Il tutto nella speranza che il conseguente spettacolo prenda le dovute (e giustamente sospirate) distanze dall’anemia perniciosa che il nostro idioma ha contratto attraverso le troppe frequentazioni con la TV, portatrice sana di una progressiva analfabetizzazione.
(Manlio Santanelli)


Venerdì 30 Marzo, ore 21:00
Palazzo de Liguoro
Via Arena alla Sanità 12, Napoli
E’ consigliata la prenotazione
3386845443

Commenta Stampa
di Rosa Vetrone
Riproduzione riservata ©