Cultura e tempo libero / Tv

Commenta Stampa

Un'occhiata ad un mondo che non tutti conoscono

La violenza nei cartoni animati giapponesi


La violenza nei cartoni animati giapponesi
07/08/2010, 15:08

Nei giorni scorsi mi è capitato di leggere la notizia che intendono fare una fiction sull'omicidio di Chiara Poggi, a Garlasco; omicidio per cui venne accusato Alberto Stasi. Andando a recuperare un po' di materiale sulla vicenda, sono andato a recuperare un vecchio servizio del TG5, del tempo in cui Stasi era indagato, dove si dice che una parte della responsabilità per l'omicidio era da collegarsi al fatto che Stasi leggeva fumetti giapponesi, come Devilman e Trigun.
Ora, lasciamo da parte il fatto che il giornalista dimostra di non sapere la trama dei fumetti di cui parla e di non conoscere neanche la pronuncia di un nome inglese. Ma il servizio mi ha fatto tornare all'infanzia. Avendo qualche anno, io appartengo a quella generazione che ha visto arrivare come una novità i cartoni animati e poi i fumetti giapponesi. Il primo fu Goldrake, che veniva trasmesso su RaiDue, all'interno di un programma in bianco e nero del Quartetto Cetra. Poi vennero gli altri: Mazinga Z su RaiUno, Gundam Mobile Suit su Telesvizzera (allora esisteva e si vedeva in tutta Italia), Jeeg Robot d'acciaio su una grossa rete locale, e così via. Sin da allora si parlava della violenza nei cartoni animati giapponesi, dei combattimenti, ecc. Ricordo che spesso veniva intervistata, in questi casi, Vera Sepeloj, che probabilmente sarà una grandissima psicologa, ma di cartoni animati non ne sa un tubo.
Quindi sono 30 anni che va avanti questa storia. Ma perchè? Innanzitutto una argomentazione che taglia la testa al toro: visto che in Italia arriva forse il 20-30% dei fumetti che vengono pubblicati in Giappone e visto che forse il 5% diventano cartoni animati, mi chiedo cosa sono i ragazzi giapponesi. Se questa piccola parte che arriva in Italia porta violenza, in Giappone che hanno il 100% di questa produzione, cosa dovrebbero fare? Andare in giro con i mitra sottobraccio?
Il problema è diverso. I cartoni animati giapponesi non sono storielle lacrimevoli e prive di nerbo, come le produzioni della Walt Disney. Quelli di elevata qualità, oltre a far divertire, fanno pensare, tengono alta l'attenzione, magari anche la suspance. Tutte cose che in TV non sono ben viste. In qualche caso si può arrivare persino ad una interessante blasfemia (basta pensare a cartoni come Mao Dante o Hellsing), ma non si sfocia mai nella violenza gratuita.
Un altro problema (per chi li critica) sono i nudi femminili, ma è solo un problema di leggi: qui vige l'ipocrisia di considerare i cartoni animati qualcosa per bambini, cosa che in Giappone non è. Inoltre in Giappone la legge è chiara: è proibito mostrare i genitali (il pene per gli uomini, la vagina per le donne) e il corpo nudo delle under 16; tutto il resto è lecito. Quindi il fatto di far vedere i seni di una donna, è assolutamente normale e legittimo. Ma in Italia si comincia a dire che è osceno per i bambini, e si lancia la protesta. Peccato che nel 99% dei casi, il nudo non è legato al sesso. Di solito è una scenetta comica classica (la ragazza che sta sotto la doccia o nella vasca da bagno, uno o più maschi che guardano ma vengono sorpresi e prendono tante di quelle botte da averne i connotati cambiati) oppure è il simbolo che l'eroina in questione ha un animo puro mentre agisce. Poi ci sono altri casi, ma sono una piccola minoranza.
Quindi come si vede, sono tutte cose normali, non c'è alcun problema. Salvo che importeremmo qualche sana abitudine, se i ragazzi prendessero esempio dai cartoni animati: poca ipocrisia, abitudine a riflettere e a cercare di capire, meno tabù. Eccessivo. Per evitare questo problema sulle TV nazionali (a parte Mtv, che è l'unica che trasmette cartoni animati seri) si vedono solo i cartoni animati per bambini, oppure quelli legati ad un forte merchandising (Yu-gi-oh, Benten) o ancora quelli statunitensi, tipo i Simpson o Futurama, caratterizzati da una pessima grafica, una trama quasi nulla ed un insieme di parolacce.

Commenta Stampa
di Antonio Rispoli
Riproduzione riservata ©