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L’architettura della mia terra, la Personale di Massimo Catalani al Frantoio di Capalbio


L’architettura della mia terra, la Personale di Massimo Catalani al Frantoio di Capalbio
26/04/2012, 16:04

Il Frantoio di Capalbio si conferma protagonista sulla scena dell’arte italiana, dal 29 aprile al 31 maggio ospita la personale di Massimo Catalani: “L’architettura della mia terra”. Dipinti materici, quasi tridimensionali che riproducono con perfezione fotografica, dettagli di opere architettoniche diventate nel tempo simboli storicamente riconosciuti dell’impronta lasciata dall’uomo sul territorio, come l’architettura del periodo fascista, o quella industriale. Catalani ha iniziato il proprio lavoro sull’architettura, e in particolare sugli edifici romani,  undici anni fa con una mostra a Milano e ed una a New York, ma poi successivamente non ha più investigato la materia “Troppo poca era la distanza da quell'amore, troppo calde alcune ferite, troppo vivo il dolore per alcune cose che avevo visto”- spiega l’artista- . Ho dedicato molto di quegli anni all'architettura finché non mi sono accorto che quando si gira intorno ad una preda da cui si è predati, facilmente si finisce per azzannare ed essere azzannati. Ora torno qui a cercare di sciogliere il morso e codificarlo in un dialogo in cui ognuno possa capire le ragioni dell'altro”.

Catalani si presenta al pubblico di Capalbio con  una ricerca tra architettura e paesaggio, in cui questo è concepito come un sistema attivo direttamente collegato all’azione dell’uomo e  del tempo; mentre l’architettura è da lui definita  come un abito che, fin dalle caverne, l’uomo si dà, creando forma. “L'ultimo grande sarto italiano fu Benito Mussolini. Dopo di lui ci furono città per un'altra ventina di anni – racconta Massimo Catalani-. I sarti attuali, che ormai fanno gli stilisti e mostrano “concept”, ci hanno proposto, un’architettura senza forma.” Nell’Architettura della mia terra si trova lo studio e l’amore di Catalani per il rigore e la pulizia delle linee dell’epoca fascista, dalle sagome del Foro di Mussolini alle arcate della stazione Termini. Catalani è un architetto prestato alla pittura, formazione che risulta evidente non solo nell’oggetto della sua ricerca artistica, ma anche per i supporti e per le materie che usa. Le sue opere prendono luce, colore, materia e texture dalla pozzolana romana, dal marmo bianco carrarese, dalla sabbia di Stromboli e dalla terra di Pordenone, lavorate su tavole spesse che ricordano le palanche di cantiere, pannelli di siporex (cemento alveolato), carta da parati o teli di plastica.

“La poesia e le speranze dei nostri padri e nonni sono gli ultimi rintracciabili nel tessuto delle nostre città; vado con questo lavoro a cercare le ultime tracce, le ultime forme, gli ultimi fuochi, di una età dell'oro che per ora è finita e che forse i nostri figli sapranno esprimere e reinventare. Mi interessa la forma e il perché di un cornicione, di una finestra, di una balaustra, lo stagliarsi un terrazzo contro un cielo. Anche la pittura ha una sua immanenza ed è sempre andata a braccetto con l'architettura, perché le abbiamo fatte smettere?” 

Note biografiche

Massimo Catalani nasce a Roma il 2 aprile del 1960. Cresce nella cartolibreria materna in mezzo a libri, pennelli e colori. Dopo la maturità si iscrive ad Architettura. Inizia una stagione di viaggi, letture, esperienze. Si laurea nel 1988 e l’anno seguente si iscrive all’Ordine degli Architetti di Roma. Già nella rappresentazione del progetto di tesi sperimenta degli impasti pittorici al confine tra la pittura, il modellato, la muratura d’architetturaNel 94, neella prima personale “Natura Picta”, da Roma&Arte, a Roma, quadri appesi al muro, coloratissimi, soggetti semplici, materie sorprendenti. Uno shock per un mondo in bilico tra concettuale e minimale. Da allora ogni anno o due, una nuova esperienza, in Italia e all’estero, tra mostre e performance e sperimentazione di nuovi linguaggi.

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di Redazione
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