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Ruggero Cappuccio e il ruolo degli intellettuali

Le ultime sette parole di Caravaggio



Le ultime sette parole di Caravaggio
14/01/2010, 09:01

NAPOLI - Le ultime sette parole di Caravaggio (che sono“Miserere Caravaggio, ti sei fatto da solo”ndr) – è il titolo dello spettacolo scritto e diretto da Ruggero Cappuccio che sta riscuotendo attenzione ed entusiasmo da parte del pubblico e della critica nei più noti teatri. La morte di Caravaggio è l’origine di una riflessione sul ruolo degli intellettuali. L’intellettuale vero si sporca le mani con la realtà. Lo sapeva bene Pasolini, in lui bruciava la fiamma di quella “disperata vitalità” che rendeva indispensabile l’interrogazione costante su un mondo che non poteva rimanere chiuso in un salotto privato o televisivo, a differenza di quanto accade oggi. Quella fiamma ostinata, corrosiva, si contrapponeva ai fuochi fatui delle intelligenze distaccate dalla realtà, illanguidite da letture frequentate per costruire certezze scalfibili, mai esposte al tarlo del dubbio. Pasolini era un intellettuale scomodo, dicono tutti, eppure ogni intellettuale vero dovrebbe essere scomodo, scomodissimo. Non si può essere scomodi se non ci si accontenta dei teoremi facili di un sistema socio-culturale che tende a livellare l’intelligenza mettendo ogni cosa al suo posto. Lo sa bene Ruggero Cappuccio, drammaturgo di Torre del Greco che fa rivivere in teatro la morte del primo grande esponente della scuola barocca e uno dei più celebrati pittori del mondo: Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio. Il “dialogo con i morti” diventa tale solo quando un intellettuale come Ruggero Cappuccio decide di far vivere Caravaggio o Platone, Cechov. Loro vivono tutte le volte che li integriamo nella nostra esistenza senza farli diventare un museo. La cultura deve essere un grimaldello che ci permette di forzare le porte chiuse, è uno strumento da usare per aprire la mente, non per costringerla in spazi asfittici. La turbolenta vita di Caravaggio, il suo carattere spigoloso ed aggressivo, ha alimentato il mito dell’artista bohémien che traeva ispirazione dalla vita di strada e dai fatti di sangue e di malaffare. Non risparmiava né potenti, né nobili, aveva conflitto con i poteri costituiti. I poteri dell’epoca, così, si affidano ad una manodopera - le sette femminote (il numero sette rimanda alle Sette opere della Misericordia – ndr) le quali credono che eliminare Caravaggio sia giusto proprio perché la percezione dell’omosessualità in quell’epoca si trasformava in una eliminazione naturale. Ruggero Cappuccio non accetta la tradizione costruita dalla storia sugli ultimi istanti di vita di Caravaggio. Quando la ricerca personale si muove in direzione diversa da quella ufficiale ecco che il lavoro dell’intellettuale rompe gli schemi convenzionali e traccia la strada verso nuove probabilità. Il drammaturgo e intellettuale Cappuccio sfida il potere attraverso la sua arte che vorrebbe con tutto il cuore donare anche al pubblico dell’area vesuviana.

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di Rossella Saluzzo
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