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Trent'anni fa moriva il celebre attore napoletano

L'elegante comicità napoletana di Peppino De Filippo


L'elegante comicità napoletana di Peppino De Filippo
27/07/2010, 09:07

Trent’anni fa moriva uno dei più famosi attori comici italiani del Novecento e grande interprete del ruolo di “spalla” del cinema italiano: Peppino De Filippo. Era il 26 gennaio 1980, aveva 77 anni, quando il figlio naturale del commediografo Eduardo Scarpetta e di Luisa De Filippo lasciò il mondo dello spettacolo e il ricordo della sua elegante comicità.
Come i suoi fratelli Eduardo e Titina, anche Peppino esordì da giovane in diverse compagnie teatrali, fino a quando nel 1931 fondò con i fratelli la “Compagnia Teatro Umoristico: i De Filippo”. Un sodalizio che durò fino al 1944 e che riscosse un grande successo in tutta Italia. I dissidi con Eduardo, però, inducono Peppino a lasciare la compagnia e sarà la svolta artistica che gli permetterà di trovare un suo stile. In qualità di autore e di attore avrà modo di mostrare tutta la sua versatilità. In diverse interpretazioni dimostra la sua capacità di uscire dai limiti del teatro brillante e dialettale. Nel 1977 fu diretto da Edmo Fenoglio ne “Il guardiano” di Harold Pinter con Ugo Pagliai e Lino Capolicchio e fu Arpagone ne “L’avaro” di Molière.
Peppino De Filippo calcava le tavole dei palcoscenici teatrali e i set televisivi con naturale disinvoltura, senza mai risparmiarsi. Risale al 1927, aveva 24 anni quando debuttò in “Trampoli e cilindri” una commedia, atto unico, in dialetto napoletano e fino al 1965 sarà un susseguirsi di commedie e farse. Tra le sue opere si annoverano: “Quaranta ma non li dimostra”, “Liolà” del 1935, tratta dalla novella di Luigi Pirandello e trasposta in dialetto napoletano, “Non è vero … ma ci credo”, commedia in tre atti del 1942, “Pater familias” del 1955, “Omaggio a Plauto” del 1963, “L’amico del diavolo” del 1965. Nel 1933 debuttò in “Tre uomini in frac”, nel 1934 in “Il cappello a tre punte”, “Non ti pago!” risale al 1942, “Luci del varietà” del 1950, “La famiglia Passaguai” del 1951, “Siamo tutti inquilini” del 1953, “Ferdinando I, re di Napoli (1959), “Letto a tre piazze” 1960, “Chi si ferma è perduto” (1960). “I quattro moschettieri” (1963), “Gli onorevoli” (1963), “Gli infermieri della mutua” (1969) e “Giallo napoletano” (1979).
La grande popolarità per Peppino De Filippo è dovuta soprattutto al suo sodalizio con Totò. I due attori avevano una straordinaria intesa. Memorabili sono i film di grande successo popolare, tra i quali: “Totò, Peppino e la malafemmina”, “Totò, Peppino e i fuorilegge”, “La banda degli onesti” - tutti girati nel 1956 e poi, “Totò Peppino e le fanatiche (1958), “Totò, Peppino e … la dolce vita (1961) “Totò e Peppino divisi a Berlino” (1962), “Totò contro i quattro” (1963).
Il Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana,  Onorificenza conferitagli il2 giugno 1975, ha lavorato anche con Federico Fellini e Alberto Lattuada in” Luci di varietà”. Poi diretto soltanto dal regista riminese in un episodio inserito in “Boccaccio ’70” intitolato “Le tentazioni del dottor Antonio”.
L’attore napoletano inventò per la trasmissione televisiva Scala reale l’umile servitore al servizio del Commendatore Peppino De Filippo, Gaetano Pappagone, in cui convergono le tipiche maschere del teatro napoletano, Pulcinella e Felice Sciosciammocca. Ideò un gergo divertente che ben presto entrò nel parlato comune: “pirichè” per dire “perché”, “ecquequa” nel senso di “ecco qua”, “carta d’indindirindà” per dire carta d’identità.
Peppino De Filippo ha lasciato con il suo alacre lavoro un testamento spirituale che i giovani comici dovrebbero almeno conoscere. La vera comicità non deve essere volgare. La cultura e una buona dose di ironia dovrebbero essere gli espedienti attorei per far ridere il pubblico. Come diceva Peppino De Filippo: “ Far piangere è meno difficile che far ridere. Per questo, teatralmente parlando, preferisco il genere farsesco. Sono sicuro che il dramma della nostra vita, di solito, si nasconde nel convulso di una risata, provocata da un'azione qualsiasi che a noi è parsa comica. Sono convinto che spesso nelle lacrime di una gioia si celino quelle del dolore. Allora la tragedia nasce e la farsa, la bella farsa, si compie”.

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di Rossella Saluzzo
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