Cultura e tempo libero / Spettacolo

Commenta Stampa

LO STIPO al Teatro Area Nord


LO STIPO al Teatro Area Nord
18/02/2011, 11:02

Lo Stipo, è la storia di una famiglia calabrese che in una piccola scossa di terremoto perde non solo la casa ma anche lo “stipo”, orgoglio e vanto per tutta la famiglia. Il padre, Procopio è un ottimista, un ingenuo (simile in questo al Marcovaldo di Calvino) che ha fiducia nel mondo, tanto che decide di trasferirsi con tutta la sua numerosa famiglia, credendo di trovare aiuto ed ospitalità nella città e per fare questo intanto, chiede credito al bigliettaio della stazione dei treni. Il bigliettaio prendendolo in giro, dice che lui proprio non può farlo, ma che certamente il collega del paese vicino gli potrà fare uno sconto. E così di stazione in stazione, con la stessa risposta arrivano nella città che avevano scelto come meta... a piedi.
Procopio è una maschera tragica di un mondo in dissoluzione, nel racconto si coglie e si narra un processo storico, un disfacimento geografico, e morale della Calabria di ieri...e ancor più quella di oggi . L’ingenuità del protagonista è disarmante, ma descrive bene la perdita della dimensione spirituale della natura, la fine di una concezione cosmica dell’amore, del sentimento universale della solidarietà e dell’accoglienza, eredità perduta del naturalismo filosofico di Telesio e Campanella. I personaggi in scena descrivono l'erranza, la fuga, l'inquietudine, lo spaesamento, il desiderio di modernità che rappresentano i caratteri determinati anche dalla natura geografica, dai paesi che franano, dalle fiumare improvvise, dal gusto tragico del non finito, dai paesi abbandonati. Lo spettacolo coglie gli stati d'animo, le emozioni e le sensazioni di un’umanità che vive la dissoluzione di un mondo, e il suo forte contrasto con la modernità.
La scena in movimento, azionata dal continuo errare dei personaggi, è la metafora lacerante della Calabria “si parla di lei come d’una contrada inaccessibile; il mare non l’ha finita di lavorare né le piogge di livellare”.

Corrado Alvaro resta uno dei maggiori interpreti della realtà sociale del Mezzogiorno. La sua capacità di denuncia lo differenzia da molti altri scrittori del Sud, inclini a fissare le immagini più che a ricercare le cause dei mali di una terra geologicamente e storicamente segnata dalla sventura.
Lui raccontava della Calabria negli anni in cui l'Italia approntava bonifiche in terre straniere, invece di installare cantieri in casa propria e favoriva l'emigrazione meridionale verso l'America. Gli agrari, i padroni dell'Aspromonte sfruttavano i contadini e non perdonavano ad Alvaro il suo riscatto dalla povertà attraverso gli studi e l'impegno culturale. Oggi a distanza di tanti anni la Calabria ha mutato la sua società al passo con i tempi, ma purtroppo non ha mutato alcuni elementi negativi del suo carattere, che ostacolano tragicamente il suo sviluppo.
Della realtà meridionale, più che un problema politico, Alvaro diceva che bisognava rintracciare i valori ovunque essi si trovassero. E diceva anche che bisognava valutare i risultati dell'arte in assoluta indipendenza dalla politica.
Parte del mondo raccontato da Alvaro è scomparso per sempre. L’emigrazione ha trasformato la società calabrese, chi è partito si è adattato e si è integrato alla modernità, chi è rimasto però ha mutato in peggio il tessuto sociale: Non si "produce" in senso moderno. Esiste un reddito, questo si: ed è il reddito da mafia o da 'ndrangheta, da criminalità organizzata, e quando il lavoro si fa pulito, da commercio, da terziario, è il consumo che prorompe ancora, sono l'assistenzialismo e il trasformismo che prevaricano. Ben poco o nulla è cambiato, rispetto agli agrari di inizio secolo. Il pensiero e l’opera di Alvaro restano dunque tragicamente attuali, e rappresentano un patrimonio letterario e critico assolutamente da rivalutare e da diffondere soprattutto verso le giovani generazioni.

Commenta Stampa
di Redazione
Riproduzione riservata ©