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Il duo a 360 gradi svela tutti i retroscena

Luca e Paolo si raccontano dopo l'addio alle Iene

Il lato umano dei "cugini merda"

Luca e Paolo si raccontano dopo l'addio alle Iene
06/12/2011, 19:12

ROMA - Qualche nostalgia ma dopo dieci anni era tempo di cambiare aria. Così il duo composto da Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu commenta in un'intervista a 'Vanity Fair', in edicola da domani, l'addio al programma di successo di Italia1. I due conduttori rivelano i motivi del loro abbandono confessando di aver visto qualche puntata della trasmissione senza di loro. «Mi lusinga che Argentero - dice Luca- faccia me: mi sembra che cerchi di fare un pò le mie cose, e un attore che ti imita fa sempre piacere». Nostalgia, dopo dieci anni? «Una sensazione strana all'inizio - spiega Luca - è un programma che considero anche nostro. Se avessimo voluto, probabilmente, avremmo potuto continuare, ma “Le Iene” vanno in onda tutto l'anno, non ti lasciano il tempo di fare altro e sarebbe un pò pericoloso, a quarant'anni, non fare altro». «Ci ha aiutati il fatto che, quando è iniziata la nuova stagione, aggiunge Paolo - fossimo in Grecia a girare “Immaturi”. A Paros non c'è Italia Uno». Non è vero, quindi, che Paolo e Luca hanno lasciato dopo una lite con Davide Parenti, il papà del programma? «Non è stato quello il motivo - chiarisce Paolo. Anche se, dopo tanti anni che lavori insieme, è normale ci siano delle discussioni». A questo proposito Luca sottolinea: «Davide ha l'indubbio merito di aver portato le Iene al successo, ma noi rivendicavamo un'indipendenza artistica che, da parte sua, non è sempre stata ben accetta». Tra lo spettacolo ispirato a Gaber, “Non contate su di noi” (che dopo il Teatro Strehler di Milano hanno portato al Politeama Genovese) e gli impegni che verranno (Camera Cafè su Italia Uno dal 13 dicembre, il sequel di Immaturi al cinema dal 5 gennaio, in febbraio su Canale 5 il debutto da conduttori di Scherzi a Parte), i due showman si confessano ancora, stavolta parlando di Sanremo, al quale hanno partecipato l'anno scorso al fianco di Gianni Morandi, Luca e Paolo raccontano: «Abbiamo bei ricordi di quell'esperienza ma non l'avremmo mai rifatta come conduttori: se vinci due a zero contro il Real Madrid, una partita dove tutti ti davano perdente, che senso ha giocarla di nuovo?».  L'accusa che si fossero montati la testa dopo Sanremo «è una cattiveria -dice Luca - messa in giro da Parenti. Noi eravamo dei tritaminchia prima, e lo siamo rimasti dopo Sanremo: sul lavoro non abbiamo un atteggiamento simpatico, siamo due che non ridono mai. E non a tutti fa piacere quando hai successo». Gaber lo avete conosciuto? «È stato dopo aver visto “Il Grigio”, il suo monologo - risponde Luca - che ho capito che recitare era la mia strada. Ma alla scuola dello Stabile di Genova non mi prendevano mai. Al quarto provino, avevo vent'anni, feci un fioretto: se mi avessero preso, sarei andato a vedere tutte le repliche dello spettacolo di Gaber. E così feci. L'ultima sera, la bidella della scuola mi organizzò un appuntamento con lui. Passammo insieme un'ora, mi disse: «Se hai qualcosa da dire, non aspettare. Scrivila e recitala, ovunque». L'adolescenza di Luca è stata difficile: ha rischiato di perdersi. «Purtroppo è vero. Non ho un bel ricordo di quel periodo - chiarisce Luca - Vivevo in strada». E parlando di droga ammette: «Le ho provate un pò tutte - dice- e proprio perchè conosco il problema mi incavolo con quelli come Giovanardi, incapaci di vedere che l'unica strada è la liberalizzazione. Io sono fortunato, perchè sono qui a parlarne, ma ho tanti amici che hanno fatto una brutta fine». A salvare Luca ci ha pensato il teatro «Appena entrato allo Stabile – dice - sono scomparso dalla strada. Sapevo che recitare era la mia ultima possibilità».  Ad essere raccontati sono anche dei risvolti personali. Paolo, a Paros ha avuto tra l'altro un brutto incidente in moto: «Stavo andando sul set -dice Paolo- quando all'improvviso un'auto è uscita di strada e mi ha centrato. Frattura della rotula, stiramento al crociato sinistro, e una gran botta in testa: poteva andarmi molto, ma molto peggio». «Da quando mi sono sposato (nel 2003, con la conduttrice e giornalista Sabrina Donadel, madre di Lunita, ndr) - rivela Paolo - non ho mai tolto la fede, neanche per esigenze di copione. Dopo due giorni in ospedale, quando riesco finalmente a muovere la mano, mi accorgo che non ce l'ho più al dito. Allora chiamo un ragazzo della produzione e, senza alcuna reale speranza di poterla ritrovare dopo 48 ore, gli chiedo di andare sul posto a dare un'occhiata. Venti minuti dopo mi chiama per dirmi che l'ha trovata in quell'esatto punto sull'asfalto. Come se qualcuno l'avesse appoggiata lì». Sulla religione poi dichiara: «Sono diventato credente soprattutto negli ultimi tempi - spiega- avevo preso l'abitudine a una specie di dialogo con me stesso che, in realtà, non può prescindere da un interlocutore non terreno. Mi piace pensare che sia stato quello a proteggermi».

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di Valerio Esca
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