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Il popolare artista tra teatro e canzone d'autore

Massimo Ranieri one man show al teatro Bellini


Massimo Ranieri one man show al teatro Bellini
15/10/2009, 20:10

Ardimentoso eroe di mille imprese, così come avrebbe detto il principe Totò, il prode Massimo Ranieri, al Teatro Bellini, dove inaugura la stagione con lo spettacolo musicale “Chi non tene coraggio nun se cocca ch’e femmene belle”, per la sua carrellata di canzoni, poesie e monologhi nata originariamente per il Festival di Ravello, prende spunto, così come lascia presagire il titolo stesso, da quel coraggio che mettendo da parte i guerrieri ed i trionfatori lascia salire in cattedra la gente normale o per meglio dire quelle persone che pur non potendo vincere non s’arrendono mai. Ed ecco allora che, ricordando quei mestieri estinti come il “Sapunaro” ( colui che faceva commercio delle robe vecchie) e quelle parole scomparse come la “dignità”, l’ex ragazzo del bar del Pallonetto a Santa Lucia di nome Giannino, dopo l’inizio con Pino Daniele e la sua “Je so’ pazzo”, comincia in prima persona a mostrare dapprima temerarietà con quella mitica “O sapunariello” di Raffaele Viviani,  lo stesso che la frase “chi non tene coraggio nun se cocca ch’e femmene belle”, magari meno italianizzata, la usò per la sua celebre commedia “Festa di Montevergine” e poi addirittura audacia, confrontandosi, pur senza cappello e mantello da contadino, con quel mostro sacro di Libero Bovio “Zappatore”. Ancora, inoltrandosi nei sentieri di quel coraggio che lascia gettare le persone nel fuoco pur di raggiungere i sogni, impugnando la spada e calandosi nei panni di quel romantico “Cirano de Bergerac” , Massimo Ranieri, duellando con il maestro d’armi Renzo Musumeci Greco, canta e recita l’amore in versi per l’irraggiungibile Rossana. Il tempo per celebrare ancora il trionfo dell’amore e di riportare alla memoria del pubblico “Senza te” di Lucio Battisti, ed ecco che, sempre in tema di coraggio e mostrando, stavolta, davvero del fegato, Massimo Ranieri si getta a capofitto nel teatro di Eduardo e per la precisione nel personaggio di Pasquale Loiacono, protagonista di “Questi Fantasmi”. Senza tralasciare un tipo di produzione canora meno blasonata e non per questo meno valida come quella che ha dato vita a brani del calibro di “Indifferentemente”, Ranieri insiste con la nostalgia del passato, con la memoria ed i sentimenti che rendono eroi, tant’è che, narrando di quando andando al lavoro d’inverno s’intratteneva in un basso per prendere  un’ultima manciata di calore e degli insegnamenti del padre, giunge a ricordare lo storico discorso fatto da Papa Giovanni XXXIII ai carcerati di Regina Coeli.  Il tempo per qualche macchietta di Pisano e Cioffi come “Donn’Amà” ed “Agata” nel ricordo del grande Nino Taranto ed ecco poi che, nello spettacolo, fanno capolino anche le canzoni di Fabrizio De Andrè del quale Ranieri sceglie “Don Raffaè” e quelle di Vasco Rossi e Aznavour che l’artista, sempre seduto al centro del palcoscenico su di uno sgabello in plexiglass trasparente, invocando il coraggio di ribellarsi alle abitudini,  ricorda cantando “Vita spericolata” e “Buon Anniversario”. Giungendo alla fase finale della  carrellata poetico musicale, in scena al Bellini fino a lunedì prossimo, durante la quale il beniamino del pubblico napoletano fa riferimento alla parola “respingimento” la stessa che lo collega al secondo brano in programma di Pino Danieli, “Terra mia”, gli spettatori si ritrovano ad applaudire lo struggente brano di Violeta Parra “Gracias a la vida”. Sempre accompagnato da un esaltante quintetto di musicisti che, neanche a dirlo, suonano dal vivo, Ranieri, poi, chiude il suo spettacolo con la frase “Napoli, città che t’insegna il coraggio di vivere” e quando gli applausi entusiasti lo conducono al programmato bis, dopo aver cantato la digiacomiana “Era de Maggio” accontentando coloro che per tutta la serata avevano invocato a voce alta quelle canzoni come “Erba di casa mia” , “Rose rosse” e “Se bruciasse la città” che, nell’immaginario collettivo a quanto è parso evidente (a torto od a ragione)  più passionalmente lo rappresentano, Massimo Ranieri infiamma per così dire la platea chiudendo con quella leggendaria “Perdere l’amore”, trionfatrice a Sanremo del 1988 e per la quale ebbe modo di dichiarare “è l’ultima grande canzone italiana, devo tutto a quel brano”. 

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di Giuseppe Giorgio
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