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Mostra antologica “Ricordando Guido” dedi?cata all’artista Guido Aloise


Mostra antologica “Ricordando Guido” dedi?cata all’artista Guido Aloise
29/04/2013, 11:11

Dal 4 al 18 maggio, a Monterotondo, presso lo Showroom di Paola Romano (Via Giovanni Pascoli, 10/A), una mostra antologica dal titolo “Ricordando Guido” rende omaggio a Guido Aloise (1925-1986), “un uomo e un artista” – come ricorda Giuseppe Selvaggi - “di limpida lealtà”.

Capace di utilizzare tecniche e linguaggi diversi (dall’olio su tela e tavola alla matita, dal carboncino alla tempera, dalla creta alla lavorazione su lastre d’oro), Aloise è un pittore straordinario e dalla sensibilità unica, perfettamente espressa in lavori che, come scrive Ettore Della Giovanna, “sono come i sogni di Baudelaire, che chiedeva alle donne di essere belle di un bellezza che avvince e tristi di una tristezza che soggioga”.

L’esposizione, a ingresso libero, con la quale la famiglia ha scelto di rendere omaggio all’artista e all’uomo, padre e marito, punta a valorizzare e a divulgare la sua opera e offre al pubblico la possibilità di ammirare uno spaccato importante della sua vasta e ricca attività. In mostra circa 50 pezzi, un’ampia raccolta di lavori pittorici, oli su tela o tavola, che rappresentano un interessante viaggio all’interno delle tematiche della sua produzione espresse dalle variazioni cromatiche dei diversi periodi: dal fortissimo legame con la sua terra d'origine, spesso concepita come madre e ritratta nei pochi paesaggi e nei molti componimenti onirici e di denuncia sociale, al mondo dei sogni e dell’inconscio fino alle atmosfere tristi e raffinate in cui si ritrovano le rappresentazioni simboliche di eroi malinconici e perdenti come Pulcinella e Don Chisciotte.

Figura eclettica, nell’arte e nella vita, Guido Aloise, calabrese di nascita e romano d’adozione, dimostra fin da bambino un’innata capacità artistica premiata anche da alcuni concorsi indetti per le scuole elementari. Dopo un breve periodo all’Accademia di Belle Arti, incalzato dagli eventi bellici, decide di lasciare gli studi e cercare lavoro. Non per questo abbandona però la passione per l’arte che, anzi, per un lungo periodo riesce addirittura a far convivere con altri mestieri: il disegnatore tecnico-elettronico, il cartellonista cinematografico, l’illustratore di “affiches” pubblicitarie, il fotografo e addirittura l’attore di fotoromanzi. Intanto prende parte a note collettive, che gli valgono consensi di critica e pubblico, e, dal 1960, espone in mostre personali sia in Italia che all’estero. In questo periodo la sua produzione è caratterizzata da atmosfere cupe e da colori scuri, che sono l’espressione delle angosce e dei tumulti di un’epoca carica di conflitti sociali e accadimenti tragici. E’ solo con la fine degli anni ’70 e con il decennio successivo che la tavolozza si accende e la luce si fa strada nelle tele dell’artista, che diventano molto più vibranti e, forse, anche più sicure nel tratto e nella pennellata. Sono queste le opere della maturità, quelle in cui trovano spazio i quadri a carattere onirico, veri e propri racconti dell'inconscio, dove le paure e il trauma infantile per la perdita della madre, vissuto come un abbandono, sono ben visibili e ricorrenti. Intanto dal 1976, rassicurato anche dalla sempre maggiore richiesta da parte di galleristi e mercanti, decide di dedicarsi completamente alla pittura. La ricerca di forme espressive sempre nuove lo porta frattanto a cimentarsi anche nella scultura e nella riproduzione dei suoi lavori su lastre d’oro. Artista autodidatta dallo spiccato talento, Aloise dipinge per un bisogno istintuale, emotivo, quasi terapeutico tanto che la sua pittura è una sorta di “analisi psicologica”, come dimostra anche la sua attenzione verso il mondo dei sogni. Di indole indipendente, non cede ai compromessi o ai sodalizi politici, non si nasconde dietro la tessera di un partito o tra le fila dei pittori maledetti, non frequenta gli ambienti che contano e non è un “radical chic”. La droga non fa per lui così come la sperimentazione di “tecniche estreme”. Tutto questo lo rende poco appetibile agli occhi della Roma pseudo-intellettuale del periodo. Ciononostante il pubblico e alcuni critici attenti riconoscono la profondità del suo talento e ammirano i suoi lavori, sia quando sono volti a rappresentare tematiche sociali o oniriche, sia quando sono soltanto purezza figurativa ed estetica. Da ricordare, tra i suoi lavori, l'affresco dell'altare maggiore nella Chiesa di Sant'Aniello a Cosenza, monumentale e stupenda raffigurazione del Giudizio Universale, e i due dipinti, dedicati all'Ultima Cena e alla Deposizione, nell'abside della Chiesa di Santa Maria Addolorata a Roma. Molte anche le donazioni fatte dall’artista alle istituzioni pubbliche. Tra queste l'omaggio di una "Testa di Cristo" al Pontefice Giovanni Paolo II nel 1979, un murales nella cittadina calabra di Fuscaldo Marina e due bozzetti su tela per il mosaico absidale della Chiesa di San Francesco di Paola a Catona (RC). Scompare a Roma, all’età di soli 60 anni, nel 1986. 

 Di lui hanno detto: “Guido Aloise è un pittore. La buon'anima del Vasari forse, non avrebbe detto una parola di più, o una di meno. Un pittore, si, e mi pare molto, poiché lo si può dire di pochi.... I suoi quadri sono come i sogni di Baudelaire, che chiedeva alle donne di essere "belle e tristi", ma belle di una bellezza che avvince e tristi di una tristezza che soggioga, i gialli si confondono con i verdi, le figure hanno un significato che richiama secoli di passioni e di sofferenze dell'umanità intera, le composizioni sono complete e finite, proprio, "finite", come diceva la buon'anima del Vasari. Tutto questo è molto bello. Ci rimane un dubbio. Siamo vicino ad un pittore, o a un poeta? O a un filosofo, che è anche pittore di vaglia e poeta senza saperlo?” (Ettore Della Giovanna,1976)

“L'asse della produzione artistica di Aloise ruota - mi sembra - attorno a due poli: il ricordo struggente dell'infanzia, la sorprendente intuizione di un modo metafisico che egli bene esprime pur rimanendo ancorato al vero, alla realtà di tutti gli uomini, non di una casta, di una élite. Qualunque sia il tema, non c'è tela che lasci perplessi, che non sia intellegibile all'immediato, che non susciti emozioni pervase a volte di dolcezza poetica e di sentimentali abbandoni o cariche invece della drammaticità e del pathos che gli derivano da una sensibilità e una formazione tutte meridionali”. (Marco Raviart, 1977)

“…Feci il Flaminio, Piazza del Popolo, incalzato dalla ressa, tamponato dai microfoni del comizio: un incubo. Alla fine camminai per via Margutta, fino all'83/A. L'incubo mio era finito; oltre la soglia dell'83/A c'era però l'incubo di Guido: la prima tela, anticipo delle altre in fila sui muri, alla personale di Guido Aloise. In questo incubo pittorico, Guido appare sconvolto e sereno al contempo; le figure incappucciate sui lati del salone dell'antico castello lo sospingono senza minimamente sfiorarlo, verso un'uscita, la liberazione che non è visibile ma esiste: va cercata sulle altre tele, sentiero dopo sentiero. .... Sono i dubbi, le angosce e, al centro di tutto, l'interrogativo su Dio e su Cristo. Il Figlio dell'Uomo è ritratto di profilo, di prospetto, di spalle, in croce e non. Ma è presente in Spirito dovunque: come nel dipinto della pesca: la miracolosa pesca evangelica in tono moderno, calamitante nelle sue positure anatomiche ed espressive. Il Cristo, sorgente di pace e di vita. Da questa sorgente scaturisce l'intera gamma delle suggestive coloriture, regolate da un pennello accortissimo che nel corso del pensoso, faticato ritrarre il mistero esistenziale può anche permettersi il vezzo di porre sulla tela le sembianze di dolcissime creature femminili: il pittore vi trova una fragile tregua. Al tramonto, esco dalla galleria e mi riesce di afferrare un bus. Scossoni, semafori inceppati e tutto il resto. Pazienza. Ero andato per vedere Guido e l'ho visto. Un artista calabrese che, stranamente, non dipinge la Calabria. Ha preferito la ben più vasta e fascinosa regione dell'animo umano: nel bene e nel male, nella gioia e nella tristezza”. (Sepp D'Amore, 1981). L’appuntamento per il vernissage è fissato per sabato 4 maggio 2013 dalle 17.30 alle 20.00.

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di Redazione
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