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IL MOSAICO NAPOLETANO

"Napoli 24", la recensione


'Napoli 24', la recensione
15/05/2012, 03:05

E' sempre difficile recensire una qualsiasi forma d'arte. Non solo per i contenuti in sè,  ma anche per la consapevolezza del principio di soggettività cinefila (che altro non è che un ossimoro dell'effettiva possibilità di mettere gli spettatori e i lettori d'accordo su un determinato argomento). La recensione di un film-documentario è qualcosa di ancora più complesso. Una pellicola di 24 resgisti su un topic così "scomodo" come Napoli e la napoletanità crea una moltitudine di idee e sensazioni, intrise di gesti, parole, musiche, sorrisi e riflessioni molto profonde. Probabilmente gli stessi autori di questa pellicola (da lodare doppiamente per il vergognoso abbandono delle istituzioni che avevano promesso fondi e idee mai giunte al destinatario), in anteprima il 14 maggio al Modernissimo,  sapevano benissimo che un film del genere è un mosaico di frammenti molto complessi. E' un po' come se i registi di "Napoli 24" avessero preso Napoli e l'avessero fatta a pezzi per poi raccogliere frammenti caduti qua e là. Sembrerebbe difficile capire da dove nascano e che collocazione hanno nel vivere quotidiano ("Napoli era la terza capitale del mondo, ora è l'ultima città d'Italia" asserisce un neo-borbonico nel pittoresco anniversario celebrato a Piazza del Plebiscito della morte di Ferdinando II) e non essendoci autocompiacimento, le scene, pur essendo spesso forti e dirette, fotografano attimo dopo attimo (ogni regista firma 3 minuti di ogni mini-storia che compongono i 72 minuti del film) ciò che ogni napoletano sa o dovrebbe sapere. Si parte da una cinepresa fissa collocata sul Jolly Hotel che riprende, accelerandole in maniera suggestiva, 24 ore di vita cittadina vista dall'alto, passando per la religione (il miracolo di San Gennaro e la casa della "Santarella"), la musica popolare napoletana e straniera, lo squllore della periferia, un omicidio di camorra, la voglia di sballarsi quotidiana di alcuni giovani in una base di droga, l'amore solo immaginato tra due pendolari (in bianco e nero stile retrò), il folklore di una famosa trattoria dei quartieri spagnoli e le proteste appena fuori Poggioreale, attraverso e con gli occhi di chi vive quotidianamente una città così contraddittoria come quella partenopea. I registi, potendo scegliere il soggetto e il luogo dove si svolgono questi reali spaccati di vita, hanno reso in maniera propria un aspetto da sottolineare e fanno macchia in questo contesto o'scarpariello (un calzolaio che viene osannato nel giorno del suo centanario per poi tornare nella tristezza dei pensieri su un letto di una casa "sgarruppata") e il tragitto compiuto da una bambina nel passeggino nella Pignasecca, tra rumori, odori, caos e immondizia, attraverso occhi innocenti; per non parlare del maiale che fruga tra i rifiuti su una strada abbandonata a se stessa nell'area più periferica di questa straordinaria città. La pellicola è ben realizzata e lascia trasparire il talento di questi 24 autori, famosi e non (visivamente la migliore è probabilmente M.A.D.R.E. con il doppio significato del museo e di una madre dispotica), forse le uniche meno riuscite sono "La Nave" e "La principessa di Napoli" (quest'ultima del noto Paolo Sorrentino) un po' più fini a se stesse, ma come detto in precedenza, il principio di soggettività, soprattutto per un argomento così complesso, è dietro l'angolo. Meglio prendere un frammento del mosaico per provare a comprenderlo, per poi prenderne un altro e così via. In fondo, dopo un'attenta visione, questo documentario somiglia più ad un album di foto della città dai mille colori e dalle mille sfaccettature. Che piaccia o meno, Napoli è questa e questo film ne è una fedele testimonianza. Da vedere con la leggerezza della durata di ogni scena o, se preferite, di ogni frammento di fotografia.

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di Roberto Russo
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