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Napoli tra degrado e indifferenza

Napoli: dove'è l'uscita? di Amato Lamberti


Napoli: dove'è l'uscita? di Amato Lamberti
15/04/2010, 11:04

“Toccato il fondo si può solo risalire”. Questo è l’incipit del libro di Amato Lamberti dal titolo Napoli:dov’è l’uscita? Graus editore.
Il libro è suddiviso in quattro capitoli dove la città di Napoli è definita nella sua accezione più negativa: diventa dapprima miserabile, poi criminale, vulnerabile e infine pericolosa.
Il sociologo, nonché fondatore dell’Osservatorio sulla Camorra Amato Lamberti, individua l’esplosione di violenza nell’hinterland napoletano, nella provincia abbandonata, costruita da enormi incubatori di criminali che producono nuove generazioni di delinquenti  definite dal docente di sociologia della devianza e della criminalità “macchine criminali”. Tali incubatori si possono paragonare alle immense e caotiche banlieue che circondano Napoli come una “corona di spine”.  Napoli è oggi un grumo di problemi che si intrecciano e si sovrappongono, così come si addossano i grandi complessi di edilizia popolare nelle periferie. Un arcipelago di quartieri periferici chiusi su sé stessi, ripiegati sulla propria “identità” stigmatizzata e perciò costretta alla necessaria gestione dell’unico business locale: la droga.
“Il popolo dei marginali, la plebe di una volta, continua ad esistere – afferma il sociologo Lamberti – ma confuso all’interno di una popolazione più vasta e disomogenea, dove non c’è solo povertà, emarginazione, violenza, degrado morale, abiezione, ma anche desiderio di riscatto sociale, spirito di iniziativa imprenditoriale e di competizione, voglia di arricchirsi, aspirazioni consumistiche”. Parafrasando Gramsci, si potrebbe affermare che Napoli potrebbe essere definita “una grande disgregazione sociale”.
Cosa fare, allora, di fronte al dilagare della violenza ferocia soprattutto degli adolescenti che nutrono l’assoluto disprezzo per la vita degli altri, visti solo come nemici?
“In tutta Europa e anche in molte realtà italiane – afferma Lamberti – si sta facendo strada un nuovo modello educativo, la peer education, “l’educazione fra pari”, che si concentra sulle life skill, sulle “competenze di vita”, un modello educativo che vede protagonisti gli stessi giovani in un processo continuo di interscambio di saperi, competenze, emozioni, capaci di dare un gruppo di riferimento anche a giovani che non ne hanno o il cui gruppo è un insieme di disperazioni individuali”.
Napoli fa eccezione perché su questi, come su tanti altri problemi sociali, ci si ferma ai rituali della denuncia, della lamentazione, dell’indignazione, dello scaricabarile delle responsabilità senza mettere mai mano alla loro soluzione, pur potendo contare, a livello di docenti, di presidi, di operatori culturali, di associazioni di volontariato sociale, su straordinarie risorse di intelligenza, di creatività, di disponibilità all’impegno per il cambiamento, finora sempre mortificate”.
Qualcuno potrebbe dire che bisogna a tutti i costi far rispettare la legge con la presenza, per esempio, dell’esercito e con il rafforzamento di controlli di polizia nei quartieri più malfamati come in quelli in.
“La strada della repressione da sola non basta” – sostiene l’ex Presidente della Provincia di Napoli -  “anche quando raccoglie gli entusiasmi degli organi di informazione e dell’opinione pubblica”.
Napoli, come sostengono gli studiosi di “Progetto per Napoli metropoli europea”, coordinati dall’architetto Aldo Loris Rossi (1994), “può trasformarsi da sottometropoli marginale, monocentrica e monodirezionale a crescita incontrollata, in una metropoli europea, policentrica, pluridirezionale, a sviluppo controllato, organicamente integrata ad un ecosistema, finalmente progettato  da una seria politica ambientale”. Ma questo obiettivo strategico, che riguarda la questione urbana, lo sviluppo del sistema produttivo, la promozione della qualità della vita dei ceti sociali più deboli, può essere impostato e perseguito solo affrontando i problemi strutturali che sono stati individuati – la miseria, la camorra, l’invivibilità, l’insicurezza – e che Napoli si trascina da troppo tempo senza riuscire a risolverli perché, forse, come diceva Salvatore Di Giacomo, “Napoli è una città disgraziata, in mano di gente senza ingegno e senza cuore e senza iniziative”.
 
 

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di Rossella Saluzzo
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